Interno, giorno.
Nel mezzo di una casa c'è un'asse da stiro, davanti ad essa una donna alta, accanto alla donna una torre di vestiti da stirare ancora più alta.
- Camicie usa e getta, ecco la soluzione.
- Dai, scansati, stiro io.
(sopracciglio alzato e occhi sgranati) - Scusa?
[Lui non stira da sette anni, cioè da quando vivevamo a Milano, facevamo entrambi degli orari lavorativi assurdi, e molto maturamente ci giocavamo questa cosa a bim-bum-bam ogni sabato mattina... Sull'altro piatto della bilancia, comunque, c'era "pulire il bagno", eh, mica shopping in centro, sia chiaro N.d.L]
- Stiro io. Non voglio che i bimbi pensino che questa sia una cosa che riguarda una sola dei due.
- Bè puoi cucinare, anche quello è un bell'esempio.
- Naaaaa, stiro.
- Oppure, che so, puoi cambiare le lenzuola. Spolverare. Sistemare la loro stanza.
- Ho. Detto. Che. Stiro.
- Va bene, però... Solo una cosa...
- COSA!? COSA C'E'?! (dice imitando il tono da mestruataallassedastiro che mi viene ogni volta che).
- Non dirlo a tua madre, altrimenti ci manda i Caschi blu.
- Ovvio.
[25 minuti dopo, una camicia all'attivo]
- Hai visto Roo? Bisogna stirare. Tu quando sarai grande stirerai?
- Eh, ce(r)to.
- Laraaaaaaaaa! Ha capito! Puoi sostituirmi ora, cucino io!
- ...anche perchè con questo ritmo l'ultima camicia l'avrebbe stirata lui diciottenne...
- Perchè tu pensi solo a finire, io mi godo il procedimento.
- Ma naturalmente.
3 settembre 2011
2 settembre 2011
Yes, indeed
''Non sono pronta all'ultimo anno di liceo. Non tanto perchè è un anno di scuola, ma perchè è l'ultimo".
Su una pagina di inizio settembre della mia Smemo di quell'anno, la mia amica A. scrisse questa frase. E in effetti, dopo di allora niente fu più come prima.
Ma eravamo giovani, con in testa un sacco di progetti e capelli al vento.
Quell'anno avremmo preso la patente, che voleva dire la possibilità di andare oltre i confini di quella provincia che ci stava così stretta.
Quell'anno andammo insieme a Roma dalla zia Esse, e riempimmo quei quattro giorni di dischi in vinile strani e conturbanti, pieni di fruscio e di quel suono corposo che i cd se lo scordano proprio.
Per motivi oscuri ci innamorammo di questa canzone, che da quel momento in poi sarebbe sempre stata associata a quel viaggio, a quella parentesi di "noi" che non si sarebbe mai più ripetuta, al ricordo di quei balletti da matte che accompagnavano la scelta fondamentale di cosa mettere per essere all'altezza della capitale, a registrare sul nastro di un piccolo registratore portatile le risate, le teorie, le canzoni, le parole che erano le nostre parole di quei giorni.
E poi al ritorno, a parlare con quel linguaggio nato a Roma, esclusive ed escludenti, nessuno avrebbe potuto capire, affacciarsi a comprendere quel mondo che avevamo creato a 600 km da casa.
E poi le lezioni di guida fatte insieme, cioè io patentata insegnavo a lei che non ancora (per dire...), nei grandi parcheggi dei supermercati chiusi, a sognare giorni in cui con quella macchina saremmo andate lontano, e avremmo visto posti, e conosciuto persone interessantissime, e tutti ovviamente si sarebbero innamorati di noi (chiaro), proprio ora che entrambe avevamo lasciato andare quella storia che era importante sì, ma se questo è ciò che chiamano amore che delusione - dev'esserci dell'altro, e quell'altro l'avremmo trovato quasi contemporaneamente da lì a poco, a parlare ore al telefono dopo che ci eravamo appena salutate, di come quella cosa ci lasciasse incredibilmente senza parole, fiato, pensieri chiari, e ma tu, e ma io, è una cosa immensa e mi fa paura.
E poi l'esame di maturità e la mia inconcludenza che già faceva capolino e mi indicava mille strade tra cui scegliere in nessuna delle quali avrei mai raggiunto l'eccellenza ma solo un grado di adeguatezza approssimativa - la mia specialità, quindi andavano tutte bene e nessuna in particolare.
L'università, poi.
Strade diverse, scelte diverse, persone diverse, diverse forme di pensiero e di confronto.
Dove siamo finite noi che eravamo quel "noi"? Perse. Smarrite. Sospese. Lontane.
Eppure sempre noi, all'apparenza. Ma quando si è stati "sostanza", dell'apparenza te ne fai poco.
È che non si riesce mai a pensare che - quasi sicuramente - la persona di cui sentiamo così tanto la mancanza prova la stessa cosa nei nostri confronti. Che anche noi manchiamo nella misura in cui sentiamo il vuoto. Che il pugno allo stomaco quando pensiamo a quel passato condiviso non colpisce solo noi.
Infatti.
10 giugno 2004.
Giorno della morte di Ray Charles.
A. mi mandò un sms : "Yes, indeed. Roma. Noi. Ti penso".
A volte bastano cose piccolissime per riaprire mondi immensi.
Su una pagina di inizio settembre della mia Smemo di quell'anno, la mia amica A. scrisse questa frase. E in effetti, dopo di allora niente fu più come prima.
Ma eravamo giovani, con in testa un sacco di progetti e capelli al vento.
Quell'anno avremmo preso la patente, che voleva dire la possibilità di andare oltre i confini di quella provincia che ci stava così stretta.
Quell'anno andammo insieme a Roma dalla zia Esse, e riempimmo quei quattro giorni di dischi in vinile strani e conturbanti, pieni di fruscio e di quel suono corposo che i cd se lo scordano proprio.
Per motivi oscuri ci innamorammo di questa canzone, che da quel momento in poi sarebbe sempre stata associata a quel viaggio, a quella parentesi di "noi" che non si sarebbe mai più ripetuta, al ricordo di quei balletti da matte che accompagnavano la scelta fondamentale di cosa mettere per essere all'altezza della capitale, a registrare sul nastro di un piccolo registratore portatile le risate, le teorie, le canzoni, le parole che erano le nostre parole di quei giorni.
E poi al ritorno, a parlare con quel linguaggio nato a Roma, esclusive ed escludenti, nessuno avrebbe potuto capire, affacciarsi a comprendere quel mondo che avevamo creato a 600 km da casa.
E poi le lezioni di guida fatte insieme, cioè io patentata insegnavo a lei che non ancora (per dire...), nei grandi parcheggi dei supermercati chiusi, a sognare giorni in cui con quella macchina saremmo andate lontano, e avremmo visto posti, e conosciuto persone interessantissime, e tutti ovviamente si sarebbero innamorati di noi (chiaro), proprio ora che entrambe avevamo lasciato andare quella storia che era importante sì, ma se questo è ciò che chiamano amore che delusione - dev'esserci dell'altro, e quell'altro l'avremmo trovato quasi contemporaneamente da lì a poco, a parlare ore al telefono dopo che ci eravamo appena salutate, di come quella cosa ci lasciasse incredibilmente senza parole, fiato, pensieri chiari, e ma tu, e ma io, è una cosa immensa e mi fa paura.
E poi l'esame di maturità e la mia inconcludenza che già faceva capolino e mi indicava mille strade tra cui scegliere in nessuna delle quali avrei mai raggiunto l'eccellenza ma solo un grado di adeguatezza approssimativa - la mia specialità, quindi andavano tutte bene e nessuna in particolare.
L'università, poi.
Strade diverse, scelte diverse, persone diverse, diverse forme di pensiero e di confronto.
Dove siamo finite noi che eravamo quel "noi"? Perse. Smarrite. Sospese. Lontane.
Eppure sempre noi, all'apparenza. Ma quando si è stati "sostanza", dell'apparenza te ne fai poco.
È che non si riesce mai a pensare che - quasi sicuramente - la persona di cui sentiamo così tanto la mancanza prova la stessa cosa nei nostri confronti. Che anche noi manchiamo nella misura in cui sentiamo il vuoto. Che il pugno allo stomaco quando pensiamo a quel passato condiviso non colpisce solo noi.
Infatti.
10 giugno 2004.
Giorno della morte di Ray Charles.
A. mi mandò un sms : "Yes, indeed. Roma. Noi. Ti penso".
A volte bastano cose piccolissime per riaprire mondi immensi.
1 settembre 2011
Capodanno
Settembre sa di inizio.
Retaggio dell'infanzia, quando a settembre si ricominciava con la scuola dopo tre mesi di stacco. Ora non è più così, ovviamente, in realtà a parte due/tre settimane non si stacca mai. Eppure mi è rimasto quel sapore di "si ricomincia", associato a quell'odore di cartoleria dove comprare penne e quaderni nuovi, e il diario mi-raccomando-il-diario, fedele amico silenzioso pronto a raccogliere orari provvisori e definitivi, compiti per casa, amori iniziati e finiti, versi di canzoni, nomi di cantanti, dediche di amiche, biglietti di concerti, ricordi e biglietti vari, roba che alla fine dell'anno pesava dieci chili in più, ma nello zaino c'era sempre, piuttosto lasciavo a casa i libri di mate, mica che mi succede qualcosa di fondamentale e non ho una pagina su cui scriverlo. E a quei tempi ogni giorno sembrava mi succedesse qualcosa di fondamentale, fosse anche solo un'idea, un progetto, un proposito.
Dopo l'anno scorso mi sono ripromessa di non fare bilanci durante l'estate, il tempo lento e vuoto, ozioso e sospeso delle vacanze non genera in me alcun pensiero positivo. L'immobilità spinge i miei pensieri in una direzione pessimistica, ho bisogno del movimento per poter vedere il bicchiere mezzo pieno (e di non essere in sindromepremestruale, ovvio). Sennò va a finire che leggo Twilight, per dire.
Però settembre fa tanto "to do list".
E io adoro le "to do list".
Adoro scriverle intendo, poi spuntarle è un altro paio di maniche.
Quindi, avanti, cosa voglio fare di me quest'anno? È strano, io so sempre cosa non voglio, il che non significa che sappia chiaramente cosa voglio, anzi. Questo è il problema nella mia vita, ed il motivo per cui molto spesso nelle cose ci sono rotolata dentro, senza sceglierle consapevolmente ma trovandomele sotto i piedi mentre stavo cercando di evitarne delle altre, molto più chiare nel loro essere "io questo assolutamente no". Il che non è del tutto negativo, spesso nell'evitare alcune strade finisco su altre insperate fino al minuto prima.
Quindi non è che abbia le idee chiare. Ho un'immagine che voglio dare a me stessa, che non si concretizza in azioni specifiche, ma più in un atteggiamento positivo e propositivo che non ha una forma solida. Sembra più una musica, un profumo, un qualcosa che si diffonde in giro ma che non si può afferrare.
Ecco.
Poi dite, non spunti la lista.
Avercela la lista.
Come si fa ad acciuffare quella sensazione, quel senso di potenziale di me?
Se lo capisco mi vedrete cambiare.
Altrimenti riscriverò questa cosa anche l'anno prossimo e quello dopo.
Io stimo le persone che sanno quello che vogliono e lavorano fisse su quell'obiettivo. Le stimo e le invidio, anche.
Perchè io, più che fare, tendo.
È questa la mia forza. E la mia sciagura, insieme.
Retaggio dell'infanzia, quando a settembre si ricominciava con la scuola dopo tre mesi di stacco. Ora non è più così, ovviamente, in realtà a parte due/tre settimane non si stacca mai. Eppure mi è rimasto quel sapore di "si ricomincia", associato a quell'odore di cartoleria dove comprare penne e quaderni nuovi, e il diario mi-raccomando-il-diario, fedele amico silenzioso pronto a raccogliere orari provvisori e definitivi, compiti per casa, amori iniziati e finiti, versi di canzoni, nomi di cantanti, dediche di amiche, biglietti di concerti, ricordi e biglietti vari, roba che alla fine dell'anno pesava dieci chili in più, ma nello zaino c'era sempre, piuttosto lasciavo a casa i libri di mate, mica che mi succede qualcosa di fondamentale e non ho una pagina su cui scriverlo. E a quei tempi ogni giorno sembrava mi succedesse qualcosa di fondamentale, fosse anche solo un'idea, un progetto, un proposito.
Dopo l'anno scorso mi sono ripromessa di non fare bilanci durante l'estate, il tempo lento e vuoto, ozioso e sospeso delle vacanze non genera in me alcun pensiero positivo. L'immobilità spinge i miei pensieri in una direzione pessimistica, ho bisogno del movimento per poter vedere il bicchiere mezzo pieno (e di non essere in sindromepremestruale, ovvio). Sennò va a finire che leggo Twilight, per dire.
Però settembre fa tanto "to do list".
E io adoro le "to do list".
Adoro scriverle intendo, poi spuntarle è un altro paio di maniche.
Quindi, avanti, cosa voglio fare di me quest'anno? È strano, io so sempre cosa non voglio, il che non significa che sappia chiaramente cosa voglio, anzi. Questo è il problema nella mia vita, ed il motivo per cui molto spesso nelle cose ci sono rotolata dentro, senza sceglierle consapevolmente ma trovandomele sotto i piedi mentre stavo cercando di evitarne delle altre, molto più chiare nel loro essere "io questo assolutamente no". Il che non è del tutto negativo, spesso nell'evitare alcune strade finisco su altre insperate fino al minuto prima.
Quindi non è che abbia le idee chiare. Ho un'immagine che voglio dare a me stessa, che non si concretizza in azioni specifiche, ma più in un atteggiamento positivo e propositivo che non ha una forma solida. Sembra più una musica, un profumo, un qualcosa che si diffonde in giro ma che non si può afferrare.
Ecco.
Poi dite, non spunti la lista.
Avercela la lista.
Come si fa ad acciuffare quella sensazione, quel senso di potenziale di me?
Se lo capisco mi vedrete cambiare.
Altrimenti riscriverò questa cosa anche l'anno prossimo e quello dopo.
Io stimo le persone che sanno quello che vogliono e lavorano fisse su quell'obiettivo. Le stimo e le invidio, anche.
Perchè io, più che fare, tendo.
È questa la mia forza. E la mia sciagura, insieme.
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