Da questo viaggio a Roma mi porterò a casa come sempre mille cose. Ne voglio conservare tre, qui, come souvenir di un viaggio che voglio ricordare.
Loro: il rumore dello stupore
I bimbi non aspettano altro che qualcuno racconti loro una storia. E di storie legate alle opere d’arte, siano esse architettura, scultura, pittura o musica, ce ne sono mille. E allora si mettono lì buoni e ascoltano.
La storia della facciata del Borromini in Piazza Navona.
La Paolina Borghese del Canova che “quel lenzuolo è di marmo davvero” e Apollo e Dafne e tutto il museo di Villa Borghese.
La storia del cavallo del Vittoriano e la cena all’interno della sua pancia cava.
E li vedi sgranare gli occhi per la magia del colonnato di Bernini a San Pietro, e ti ricordi il tuo stesso stupore bambino di fronte a quel colpo al cuore, la prima volta che vedi sparire quattro file di colonne in una sola da quel punto preciso della piazza.
E ti stupisci con loro. Di nuovo.
Lo stupore ha quel rumore specifico, quello di un respiro breve e forte, che aspiri l’aria, che non ci puoi credere e cerchi di trattenere un’ultima volta l’emozione, mentre gli occhi si aprono sempre di più, ecco quel rumore lì.
Ti puoi dire giovane finché sei in grado di riprodurre genuinamente quel rumore lì.
Noi: Lara Coeli
125 gradini più in alto. Seduti lassù. Un’altra volta. La città, gialla, metri e metri più in basso. Ciao tu. Sono giorni che tra me e lui c’è sempre l’obiettivo della sua macchina fotografica. Mi mostra una foto.
Io. Sfondo di cielo bianco. Sorrido e non guardo. La mano destra, delicata, nel gesto abituale di spostare dietro l’orecchio una ciocca di capelli che non è più lunga da tempo. La mia espressione tipica, una ruga verticale tra le sopracciglia, strafottente, pensosa, felice.
- È bellissma questa foto, ma come fai?
- È perché io ti vedo così. Sempre.
Io scrivo. Lui fa foto. Ecco, vorrei scriverlo come Lui sa fotografarmi.
Ma non sarebbe questa la sede.
Io: cerchio
Nelle partenze verso casa c’è sempre un che di crepuscolare. Mi è rimasta attaccata la sensazione di chiusura di un ciclo che avevo inaugurato a Roma a metà marzo. Una fase, un cerchio perfetto. L’ansia di non capire se esserne contenta o nostalgica. Il non sapere se un cerchio che si chiude sia una cosa che ho acquisito o che ho perso. La paura di lasciare indietro qualcosa di cui prima o poi avrò nostalgia.
La sensazione di essere immensamente uguale e immensamente diversa dal momento prima di partire.
“Felice per sempre. Per sempre un po’ scomoda”.
Dai, ormai lo sapete, l’avete riconosciuta tutti. Bravi, sì, lei.
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26 novembre 2011
Roma #2 - Cartier Bresson non abita qui
In questa vacanza ho dovuto prendere atto e arrendermi ad una grande evidenza: io e la fotografia non siamo fatte della stessa sostanza. Il che è un peccato, perchè ritengo di avere un occhio moooolto fotografico, e di saper dare la giusta attenzione alla luce e ai colori.
Io so sempre perfettamente come vorrei una foto, il taglio da darle e l’effetto finale che vorrei ottenere. Solo che tra la mia mente e la mia mano c’è solo l’impostazione automatica, quindi le mie foto, quando vengono ferme, difficilmente risultano come le immaginavo prima.
“Eh, cosa vuoi, non sono fortunata”. Questa è la mia spiegazione.
L’esempio supremo è una foto che ho scattato io all’interno del Pantheon e che verrà appesa al centro del salotto a monito della mia inadeguatezza fotografica. Quello che volevo ottenere era un cerchio di cielo azzurrissimo con le nuvolette bianche che si intravedeva dal foro di nove metri di diametro all’apice della cupola [- Maddai? Avrei detto meno, che so, tre metri al massimo. - È in alto Lara, sai, la prospettiva, quelle cose lì].
Nelle mie intenzioni si sarebbe dovuto vedere parte della cupola interna, il foro, il cielo azzurro a stacco, che uno non ci crede che sia novembre con un azzurro così, le nuvole e con la giusta dose di culo anche qualche volatile, che fa tanto Jonathan Livingstone (lo stereotipo è dentro di me e ci sguazza anche, sì).
Il risultato invece, subito ribattezzato “The Hole”, è una palla bianchissima al centro di una foto completamente nera.
- Puoi sempre spacciarla per la luna. Come luna rende.
- Cosa vuoi, non sono fortunata.
- La fortuna non c’entra. Studia, Lara.
- Ma dai, tu guarda, un gabbiano.
Io so sempre perfettamente come vorrei una foto, il taglio da darle e l’effetto finale che vorrei ottenere. Solo che tra la mia mente e la mia mano c’è solo l’impostazione automatica, quindi le mie foto, quando vengono ferme, difficilmente risultano come le immaginavo prima.
“Eh, cosa vuoi, non sono fortunata”. Questa è la mia spiegazione.
L’esempio supremo è una foto che ho scattato io all’interno del Pantheon e che verrà appesa al centro del salotto a monito della mia inadeguatezza fotografica. Quello che volevo ottenere era un cerchio di cielo azzurrissimo con le nuvolette bianche che si intravedeva dal foro di nove metri di diametro all’apice della cupola [- Maddai? Avrei detto meno, che so, tre metri al massimo. - È in alto Lara, sai, la prospettiva, quelle cose lì].
Nelle mie intenzioni si sarebbe dovuto vedere parte della cupola interna, il foro, il cielo azzurro a stacco, che uno non ci crede che sia novembre con un azzurro così, le nuvole e con la giusta dose di culo anche qualche volatile, che fa tanto Jonathan Livingstone (lo stereotipo è dentro di me e ci sguazza anche, sì).
Il risultato invece, subito ribattezzato “The Hole”, è una palla bianchissima al centro di una foto completamente nera.
- Puoi sempre spacciarla per la luna. Come luna rende.
- Cosa vuoi, non sono fortunata.
- La fortuna non c’entra. Studia, Lara.
- Ma dai, tu guarda, un gabbiano.
Roma #1 - a-Roma-terapia
La casa della zia Esse è una storia da raccontare agli amici fidati.
La casa della zia Esse ha il profumo dei mobili antichi e della biancheria pulita. Ha luce gialla che entra da numerose finestre, lasciate senza tende per non perdersi mai un angolo di cielo nelle infinite sfumature che assume da giorno a sera.
La casa della zia Esse è terapeutica da sempre. Mi aiuta a prendere distanze, a mettere a fuoco, a ritrovare colori, a definire la mia posizione nello spazio, come se fosse una mappa e io il puntino rosso con sopra scritto "Lara tu sei qui" e la tua posizione è chiara rispetto a tutto il resto.
La casa della zia Esse mi illumina e mi fa stare bene. Sempre. Da sempre.
19 novembre 2011
16 ottobre 2011
Poi, chiaro, ognuno nelle gite fuori porta ci trova un po' quello che crede...
Ma quale Duomo.
Ma quale Castello.
Naaa, neanche la Galleria.
Le vere attrattive di Milano sono:
- Dumbo, in versione "buca d'angolo" (tocca andare da Christies per aggiudicarselo, anche se fa a pugni col divano)
- la fontana
- l'acqua.
Ma quale Castello.
Naaa, neanche la Galleria.
Le vere attrattive di Milano sono:
- Dumbo, in versione "buca d'angolo" (tocca andare da Christies per aggiudicarselo, anche se fa a pugni col divano)
- la fontana
- l'acqua.
Perchè? C'era forse altro da vedere?
20 luglio 2011
Metti un giorno al lago (ma il lago, di preciso, dov'è che era?)
E niente, c'è che io lavoro in questo posto che è molto carino. Sono abituata ad associare le fasi della mia vita più alle persone con cui mi mettono in contatto che alle cose che specificatamente faccio. Per questo motivo sono riuscita a tollerare cinque anni di liceo sbagliato, solo perché a farmi compagnia, testa contro testa, c'era la mia amica A. e con lei altre due amichette G. e S. che sono state la mia squadra per tutto il percorso, cameratismo al femminile, ginettismo all'ennesima potenza, che chicciammazzannoi.
E quindi anche adesso che la-vita-come-l'ho-decisa-io mi ha portato a scegliere di fare un lavoro che non è propriamente "nelle mie corde", mi trovo a valutarne costi-benefici unicamente sulla base delle persone con cui mi mette in contatto. E il bilancio, neanche a dirlo, è smaccatamente positivo.
E niente, c'è che un giorno i capi hanno deciso di portarci in gita. Sì lo so che si chiama "team building", ma il nostro team è già abbastanza built, o almeno così sembra, quindi chiamiamo le cose con il loro nome, in soldoni siamo andati in gita al lago.
Ovvio che di mezzo ci doveva stare anche una bella riunione-brainstorming-brief-salamadonnacosa in cui parlare di quello che va e quello che non va, ma se prendi un dieci trentenni-e-passa e li metti nella condizione di ricreare l'atmosfera da weekend universitario, con tanto di lista della spesa scritta tutti insieme e divisioni di letti, materassini e spazio vitale, e "quello che russa ve lo tenete voi", ecco, il risultato è che la riunione è importante ma quel che resta è ben altro.
Aspirazionale.
Ognuno dice la sua. E io ovviamente la mia. Come un paguro che tira fuori prima un occhio e poi l'altro, e poi le zampe e poi attacca a correre (immagine meravigliosa quella del paguro, dai), ho iniziato a guardare oltre a quel lavoro che va-benissimo-ma-che-non-è-nelle-mie-corde. E quindi si tirano fuori sogni e aspirazioni e speranze e progetti, nell'ottica e nella volontà di esserci ancora, di restare lì, di crescere, e di constatare se c'è spazio per farlo. Io lo spero, ma poi in fondo, quando penso che alla mattina prendo il treno canticchiando e vado al lavoro con un'andatura allegra e spensierata che se fossi una bimba dell'asilo ci saltellerei su (e non escludo di farlo un giorno o l'altro), mi dico che va bene così perché ad andare bene sono le persone che stanno su questa strada con me (tranne in sindrome premestruale, ma questo è un altro discorso, si sa).
Che sono belle prese singolarmente, ma che in gruppo diventano anche altro. Avanti, fuori i manuali di sociologia, lo dicono tutti che ogni forma di agglomerato sociale dà come risultato qualcosa che è molto più della mera somma dei suoi componenti.
E quindi.
Quindi noi.
Sotto un gazebo coperto dai kiwi, su un tavolo all'aperto, con davanti un prato verde che chi viene da Milano non ci crede che esista un verde così, tra un caffè, una caraffa d'acqua, un biscotto e un panino con la Nutella, a parlare di noi, del lavoro, e di cazzate. Il segreto sta nell'avere un mediatore di quelli che mordono il freno quando, molto spesso, la cazzata tende a prevalere sul resto.
Ma comunque.
C'è quella che "nella vita io voglio solo fare marmellate", quello che instagramma foto di piedi, quella che esplode miccette e ne ride tutte le volte come la prima volta, quello che vuole fare video e spiega il training autogeno, quella che parla poco ma quello che dice arriva sempre al punto, quello che vuole di più, quello che vuol dire di no, quello che il feticcio trash anni '80, e quella che stranamente ascolta più che parlare, e ovviamente quello che tira le fila del discorso che se ci lasci andare ciao.
E poi la grigliata, le risate, l'anguria, e ancora le miccette, e l'"ultimate", e il lago dei pirla, e il sole sul prato, Jovanotti in macchina, e "ma quanto parlate, ma quando mai, mi è venuto mal di testa", e come usare Twitter, ed "excel spesso è sottovalutato", e prestami i tuoi occhiali da sole, e quand'è stata Chernobyl, e un sacco di altre cose.
Ecco, diciamo che per essere una gita al lago, il lago ha avuto un ruolo decisamente marginale.
Macheccentra.
E quindi anche adesso che la-vita-come-l'ho-decisa-io mi ha portato a scegliere di fare un lavoro che non è propriamente "nelle mie corde", mi trovo a valutarne costi-benefici unicamente sulla base delle persone con cui mi mette in contatto. E il bilancio, neanche a dirlo, è smaccatamente positivo.
E niente, c'è che un giorno i capi hanno deciso di portarci in gita. Sì lo so che si chiama "team building", ma il nostro team è già abbastanza built, o almeno così sembra, quindi chiamiamo le cose con il loro nome, in soldoni siamo andati in gita al lago.
Ovvio che di mezzo ci doveva stare anche una bella riunione-brainstorming-brief-salamadonnacosa in cui parlare di quello che va e quello che non va, ma se prendi un dieci trentenni-e-passa e li metti nella condizione di ricreare l'atmosfera da weekend universitario, con tanto di lista della spesa scritta tutti insieme e divisioni di letti, materassini e spazio vitale, e "quello che russa ve lo tenete voi", ecco, il risultato è che la riunione è importante ma quel che resta è ben altro.
Aspirazionale.
Ognuno dice la sua. E io ovviamente la mia. Come un paguro che tira fuori prima un occhio e poi l'altro, e poi le zampe e poi attacca a correre (immagine meravigliosa quella del paguro, dai), ho iniziato a guardare oltre a quel lavoro che va-benissimo-ma-che-non-è-nelle-mie-corde. E quindi si tirano fuori sogni e aspirazioni e speranze e progetti, nell'ottica e nella volontà di esserci ancora, di restare lì, di crescere, e di constatare se c'è spazio per farlo. Io lo spero, ma poi in fondo, quando penso che alla mattina prendo il treno canticchiando e vado al lavoro con un'andatura allegra e spensierata che se fossi una bimba dell'asilo ci saltellerei su (e non escludo di farlo un giorno o l'altro), mi dico che va bene così perché ad andare bene sono le persone che stanno su questa strada con me (tranne in sindrome premestruale, ma questo è un altro discorso, si sa).
Che sono belle prese singolarmente, ma che in gruppo diventano anche altro. Avanti, fuori i manuali di sociologia, lo dicono tutti che ogni forma di agglomerato sociale dà come risultato qualcosa che è molto più della mera somma dei suoi componenti.
E quindi.
Quindi noi.
Sotto un gazebo coperto dai kiwi, su un tavolo all'aperto, con davanti un prato verde che chi viene da Milano non ci crede che esista un verde così, tra un caffè, una caraffa d'acqua, un biscotto e un panino con la Nutella, a parlare di noi, del lavoro, e di cazzate. Il segreto sta nell'avere un mediatore di quelli che mordono il freno quando, molto spesso, la cazzata tende a prevalere sul resto.
Ma comunque.
C'è quella che "nella vita io voglio solo fare marmellate", quello che instagramma foto di piedi, quella che esplode miccette e ne ride tutte le volte come la prima volta, quello che vuole fare video e spiega il training autogeno, quella che parla poco ma quello che dice arriva sempre al punto, quello che vuole di più, quello che vuol dire di no, quello che il feticcio trash anni '80, e quella che stranamente ascolta più che parlare, e ovviamente quello che tira le fila del discorso che se ci lasci andare ciao.
E poi la grigliata, le risate, l'anguria, e ancora le miccette, e l'"ultimate", e il lago dei pirla, e il sole sul prato, Jovanotti in macchina, e "ma quanto parlate, ma quando mai, mi è venuto mal di testa", e come usare Twitter, ed "excel spesso è sottovalutato", e prestami i tuoi occhiali da sole, e quand'è stata Chernobyl, e un sacco di altre cose.
Ecco, diciamo che per essere una gita al lago, il lago ha avuto un ruolo decisamente marginale.
Macheccentra.
26 giugno 2011
Guarda, un gabbiano (sottotitolo: "a metà strada tra la Ciociara e quella del catalogo Prénatal")
7 i giorni effettivi di vacanza
40 il fattore di protezione medio utilizzato (poi dici, il colorito da "trovato brutto?")
11 il numero di bagni fatti
2 il numero di bagni fatti volontariamente
4 i braccioli gonfiati e sgonfiati per n volte, due di Barbie e due di Spiderman (no no, a noi i messaggi pubblicitari non ci sfiorano neanche, no)
12 il numero di miei costumi inseriti in valigia
2 il numero di costumi effettivamente utilizzati
84 le volte in cui uno dei due mi ha chiesto "mi compri...?"
5 i chilometri a piedi percorsi al giorno
0 il numero di pagine di riviste, libri, laqualunque lette durante la settimana, voglio piangere
3 i minuti effettivamente passati a prendere il sole da sdraiata
185 i secchielli d'acqua riempiti e 427 le formine di sabbia fatte e subito distrutte da Roo, Lee, il mare
18753 le volte in cui ho chiesto "Roo, devi fare la pipì?"
18751 le volte in cui ho detto "Roo, ma non avevi detto che non ti scappava?"
100 i minuti di corsa della settimana
6 i litri d'acqua di mare che Roo deve aver bevuto nell'entusiasmo delle sue nuotate (è troppo contento, non riesce a chiudere la bocca)
1845 le volte in cui ho detto "Non troppo al largo" e 1845 le volte in cui Lee mi ha risposto "ma io voglio andare in Corsica"
1 il sorriso, immenso, di Roo quando ha capito che può fare dei disegni di pipì
78 i messaggi/telefonate/tweet di auguri di compleanno ricevuti
4 le grandi sorprese
6 i cambi quotidiani di Lee, neanche fosse in crociera (la mise per andare in spiaggia, quella per andare a pranzo, quella per la pennichella, quella da parchetto, quella da cena e quella da uscita serale: davvero, parliamone - eravamo in appartamento eh)
8742 le nostre risate
1000 i Momenti di Grande Tenerezza, che sono poi quelli in cui mi fermo e constato che sto facendo, tutto sommato, un buon lavoro e che questi due bimbi sono favolosi.
49 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una profuga accampata.
51 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una mamma davvero ganza.
Alla fine dei conti sono un'ottimista, dai.
40 il fattore di protezione medio utilizzato (poi dici, il colorito da "trovato brutto?")
11 il numero di bagni fatti
2 il numero di bagni fatti volontariamente
4 i braccioli gonfiati e sgonfiati per n volte, due di Barbie e due di Spiderman (no no, a noi i messaggi pubblicitari non ci sfiorano neanche, no)
12 il numero di miei costumi inseriti in valigia
2 il numero di costumi effettivamente utilizzati
84 le volte in cui uno dei due mi ha chiesto "mi compri...?"
5 i chilometri a piedi percorsi al giorno
0 il numero di pagine di riviste, libri, laqualunque lette durante la settimana, voglio piangere
3 i minuti effettivamente passati a prendere il sole da sdraiata
185 i secchielli d'acqua riempiti e 427 le formine di sabbia fatte e subito distrutte da Roo, Lee, il mare
18753 le volte in cui ho chiesto "Roo, devi fare la pipì?"
18751 le volte in cui ho detto "Roo, ma non avevi detto che non ti scappava?"
100 i minuti di corsa della settimana
6 i litri d'acqua di mare che Roo deve aver bevuto nell'entusiasmo delle sue nuotate (è troppo contento, non riesce a chiudere la bocca)
1845 le volte in cui ho detto "Non troppo al largo" e 1845 le volte in cui Lee mi ha risposto "ma io voglio andare in Corsica"
1 il sorriso, immenso, di Roo quando ha capito che può fare dei disegni di pipì
78 i messaggi/telefonate/tweet di auguri di compleanno ricevuti
4 le grandi sorprese
6 i cambi quotidiani di Lee, neanche fosse in crociera (la mise per andare in spiaggia, quella per andare a pranzo, quella per la pennichella, quella da parchetto, quella da cena e quella da uscita serale: davvero, parliamone - eravamo in appartamento eh)
8742 le nostre risate
1000 i Momenti di Grande Tenerezza, che sono poi quelli in cui mi fermo e constato che sto facendo, tutto sommato, un buon lavoro e che questi due bimbi sono favolosi.
49 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una profuga accampata.
51 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una mamma davvero ganza.
Alla fine dei conti sono un'ottimista, dai.
17 giugno 2011
A noi che siamo gente di pianura... (vi aspetto sul ritornello per il coro, accendini accesi)
Io, nel dubbio, parto.
Intanto per nove giorni, poi torno a casa, e poi ci torno...
L'estate mi sfianca: nuotate, abbronzatura, e dai la crema-togli la crema, aperitivi in spiaggia, cene fuori, passeggiate birretta-dotate, grigliate di pesce, i piedi nella sabbia, vino bianco ghiacciato, è un lavoro durissimo ma, che volete, qualcuno deve pur farlo.
Io non vorrei, eh, ma devo.
Torno il 26 o giù di là... Forse.
29 maggio 2011
5 giorni (ma non quelli di Zarrillo, altri 5)
5 giorni che non vedevo Lee e Roo.
5 giorni e sembrano più grandi.
5 giorni e hanno imparato cose che prima no.
5 giorni e hanno creato un linguaggio tutto loro di cui l'intero paesello familiare è al corrente, tranne noi.
5 giorni e sembrano più indipendenti. E più uniti.
5 giorni e hanno acquisito quell'accento emiliano che anche il loro papà non ha mai perso: quello delle vocali chiuse dove in Lombardia sono aperte, e viceversa; quello della z morbida e di quella variazione lunga sul finale delle frasi.
5 giorni, Roo ha imparato a dire la erre: non sempre e non benissimo ma ogni tanto si confonde e ci riesce.
5 giorni che mangiano li meglio manicaretti di terra emiliana. Secondo me, da domani iniziano lo sciopero della fame, minimo.
5 giorni, Lee è diventata ancora più grande. E, sembrerebbe, meno fissata coi vestiti (ne riparliamo domattina, comunque).
5 giorni che stanno fuori di casa dalla mattina alla sera: a Snobville si sentiranno in gabbia.
Si ricomincia il solito tran tran coi i bimbi più grandi di 5 giorni senza noi.
Chissà se in 5 giorni hanno pure imparato, che so, a svegliarsi alle nove di mattina...
5 giorni e sembrano più grandi.
5 giorni e hanno imparato cose che prima no.
5 giorni e hanno creato un linguaggio tutto loro di cui l'intero paesello familiare è al corrente, tranne noi.
5 giorni e sembrano più indipendenti. E più uniti.
5 giorni e hanno acquisito quell'accento emiliano che anche il loro papà non ha mai perso: quello delle vocali chiuse dove in Lombardia sono aperte, e viceversa; quello della z morbida e di quella variazione lunga sul finale delle frasi.
5 giorni, Roo ha imparato a dire la erre: non sempre e non benissimo ma ogni tanto si confonde e ci riesce.
5 giorni che mangiano li meglio manicaretti di terra emiliana. Secondo me, da domani iniziano lo sciopero della fame, minimo.
5 giorni, Lee è diventata ancora più grande. E, sembrerebbe, meno fissata coi vestiti (ne riparliamo domattina, comunque).
5 giorni che stanno fuori di casa dalla mattina alla sera: a Snobville si sentiranno in gabbia.
Si ricomincia il solito tran tran coi i bimbi più grandi di 5 giorni senza noi.
Chissà se in 5 giorni hanno pure imparato, che so, a svegliarsi alle nove di mattina...
18 maggio 2011
Sondaggio: che faccio?
Mia suocera si è offerta di tenermi i bimbi tutta la prossima settimana.
In Emilia, da lei.
A 200 chilometri da me. Cioè, non dietro l'angolo, ma comunque.
Il posto è un incanto, lei cucina da dio, roba che i bimbi abituati alla mia cucina fantasia si leccano baffi, mani e piatti, non ci sono più pericoli di quelli che abbiamo sotto casa, anzi, è bambagia, è una bolla dorata, è un nido.
Mi ha detto "se vuoi io me la sento".
Il problema è che non so se me la sento io.
L'ho chiesto a Lee, ci vuoi andare? "Certo!"
L'ho chiesto a Roo, ci vuoi andare? "E cetto, eh!?"
Avanti, come si supera questa cosa del lasciarli andare?
Lasciarli andare con la suocera, che non è la mamma, intendo.
Che per inciso, poi lo so che me la godrei di brutto a fare la donna leggera al netto di passeggini, biberon, bicilette e monopattini, giorno e notte, e con l'aggiunta di musica, libri, relax, e una serie di altre cose, però al momento sono piuttosto perplessa.
Quindi?
Si prova?
O no?
Eddai...
ps: piano con gli entusiasmi, c'è il caso che mia suocera cambi idea tempo due giorni, eh...
In Emilia, da lei.
A 200 chilometri da me. Cioè, non dietro l'angolo, ma comunque.
Il posto è un incanto, lei cucina da dio, roba che i bimbi abituati alla mia cucina fantasia si leccano baffi, mani e piatti, non ci sono più pericoli di quelli che abbiamo sotto casa, anzi, è bambagia, è una bolla dorata, è un nido.
Mi ha detto "se vuoi io me la sento".
Il problema è che non so se me la sento io.
L'ho chiesto a Lee, ci vuoi andare? "Certo!"
L'ho chiesto a Roo, ci vuoi andare? "E cetto, eh!?"
Avanti, come si supera questa cosa del lasciarli andare?
Lasciarli andare con la suocera, che non è la mamma, intendo.
Che per inciso, poi lo so che me la godrei di brutto a fare la donna leggera al netto di passeggini, biberon, bicilette e monopattini, giorno e notte, e con l'aggiunta di musica, libri, relax, e una serie di altre cose, però al momento sono piuttosto perplessa.
Quindi?
Si prova?
O no?
Eddai...
ps: piano con gli entusiasmi, c'è il caso che mia suocera cambi idea tempo due giorni, eh...
25 aprile 2011
Ci rivedremo tra vent'anni minimo
Io credo che per una coppia trascorrere dei giorni con due famiglie, per un totale di altri quattro adulti e tre bambini, sia la più efficace forma di controllo delle nascite esistente al mondo.
Del tipo che i primi giorni "che carini, sono così vivaci!" detto con l'occhio a cuoricino e i pensieri che volano verso "magari un giorno anche noi".
E alla fine "parlano sempre così tanto e a questo volume?", con la mascella tesa, le occhiaie e l'espressione di chi pensa "ma neanche morti" (e tutto ciò accade mentre gli altri quattro adulti conversano amabilmente, indifferenti e indisturbati dall'inquinamento acustico infantile - bisogna essere davvero allenati per questo).
Formativo è formativo.
Istruttivo.
Illuminante.
A tratti "aspirazionale".
Ecco, il relax è un'altra cosa, spero sia chiaro.
Del tipo che i primi giorni "che carini, sono così vivaci!" detto con l'occhio a cuoricino e i pensieri che volano verso "magari un giorno anche noi".
E alla fine "parlano sempre così tanto e a questo volume?", con la mascella tesa, le occhiaie e l'espressione di chi pensa "ma neanche morti" (e tutto ciò accade mentre gli altri quattro adulti conversano amabilmente, indifferenti e indisturbati dall'inquinamento acustico infantile - bisogna essere davvero allenati per questo).
Formativo è formativo.
Istruttivo.
Illuminante.
A tratti "aspirazionale".
Ecco, il relax è un'altra cosa, spero sia chiaro.
22 aprile 2011
Easter what you want...
Quindi, Pasqua con chi vuoi. Da 4 diventeremo 7.
C'è quasi da aver paura.
Se ne esco viva sarò di ritorno martedì.
Buona Pasqua, comunque!
17 aprile 2011
Evitando le buche più dure
Tornata ora dalla bolla di sapone in cui vivo da un po' di weekend a questa parte, senza tecnologia, telefoni, con i pensieri sconnessi, tanta musica nelle orecchie, e libri da iniziare e finire d'un fiato.
Roo si abbruttisce ogni volta che Lee indica qualcosa fuori dal finestrino dell'auto e lui non fa in tempo a vederlo.
- Guarda! L'aereo!
- Duè l'aeleo?!
- Ah ah! Non-l'hai-visto-non-l'hai-visto! (con quella melodia canzonatoria, tipica dell'asilo)
Segue pianto di Roo per i successivi cinque minuti, poi finalmente si calma.
Solo a quel punto Lee torna all'attacco.
- Guarda! Il ponte di Calatrava!
- Duè Calatava?
- Ah ah! Non l'hai visto!
Idem come sopra.
- Guarda la Frecciarossa - le rondini - il trattore - il camper - un gabbiano (no, quella che indica il gabbiano sono io... citazione troppo sarcastica, non si può capire). - Duè? - Ah Ah! Non l'hai visto! Lacrime.
Così per due ore e mezza, e con l'aggravante delle canzoni dello zecchino.
Io certe volte mi stupisco della tenuta del mio sistema nervoso.
Non durerà, comunque.
Roo si abbruttisce ogni volta che Lee indica qualcosa fuori dal finestrino dell'auto e lui non fa in tempo a vederlo.
- Guarda! L'aereo!
- Duè l'aeleo?!
- Ah ah! Non-l'hai-visto-non-l'hai-visto! (con quella melodia canzonatoria, tipica dell'asilo)
Segue pianto di Roo per i successivi cinque minuti, poi finalmente si calma.
Solo a quel punto Lee torna all'attacco.
- Guarda! Il ponte di Calatrava!
- Duè Calatava?
- Ah ah! Non l'hai visto!
Idem come sopra.
- Guarda la Frecciarossa - le rondini - il trattore - il camper - un gabbiano (no, quella che indica il gabbiano sono io... citazione troppo sarcastica, non si può capire). - Duè? - Ah Ah! Non l'hai visto! Lacrime.
Così per due ore e mezza, e con l'aggravante delle canzoni dello zecchino.
Io certe volte mi stupisco della tenuta del mio sistema nervoso.
Non durerà, comunque.
4 aprile 2011
Una casa nel verde
Weekend passato sull'appennino emiliano, tra quelli che sono i posti che L'hanno visto ragazzino in vacanza. A ogni angolo c'è un racconto, un'avventura, di un periodo della sua vita in cui Lui non era ancora quello-che-c'è-nella-mia-vita, e questo suo essermi estraneo lo rende per certi aspetti ancor più interessante, che mi racconta di sè come se parlasse di un altro, anche se piccolo, anche se giovane.
Lo prendo in giro perchè so a memoria i racconti di ogni posto, e mi immagino un futuro in cui i bimbi saranno abbastanza grandi da ripercorrere le sue storie con il labiale afono parola per parola.
Alzi la mano chi non ha un genitore che nello stesso identico punto, di una stessa strada, ogni volta ti dice sempre la stessa frase, e sempre con l'espressione di chi lo sta facendo per la prima volta.
Ecco.
La casa nel verde è un posto meraviglioso. Si adagia in un borgo costituito da cinque o sei case in pietra e legno, tutte di parenti di Lui. In questo posto i bambini vivono quella dimensione "da cortile" che al giorno d'oggi non esiste più, ma che noi figli degli anni '80 abbiamo ben presente: quella, cioè, in cui saluti mamma e papà alle 9 di mattina e li rivedi al volo per pranzo, e poi via fuori ancora a giocare senza pericoli (più o meno) fino all'ora di cena.
E io mi isolo. Potermi isolare è davvero un lusso.
Quest'estate ho letto i quattro libri di Twilight in dieci giorni. Stavolta ero un tutt'uno con la sdraio, l'iPod e la mia ultima monomania musicale (cioè l'ascolto oltranzista di una sola canzone in repeat).
Vacanza.
Sole.
Relax.
I bambini si misurano con una natura che gli corre incontro, e constatatano che gli animali sono effettivamente un po' più grandi di quelli che vedono sui libri. Escono dal letargo anche i bambini, e ritrovano nelle gambe una voglia di correre e muoversi che sembrava sopita. Ecco, com'è che questa cosa a me non capita mai, spiegatemi... In ogni caso la primavera non mi è mai sembrata così bella come quest'anno, non so.
E poi ecco lì che arriva, come una tegola sulla testa, la richiesta di Lui di camminare.
- Come scusa, credo di non aver capito.
- Camminare, sai le gambe, i piedi, quella cosa lì - mi dice mimando una camminata al rallentatore.
- Non vedo negozi qui in giro, e poi sono in vacanza.
- Boschi, la natura, l'aria pulita.
- Ho nell'iPod la registrazione della circonvallazione di Milano all'ora di punta.
- Muoviti.
E quindi si cammina, o meglio, Lui e Lee zompettano come due stambecchi mentre io e Roo restiamo indietro e facciamo a gara a chi si lamenta di più.
- Non me l'avevi detto che era così in salita, la strada...
- È beo (vero). Non ci bengo più.
- Neanche io.
Ecco il solo aspetto negativo di questi weekend, la Sua fregola di farmi fare sport.
Una battaglia persa, comunque.
Lo prendo in giro perchè so a memoria i racconti di ogni posto, e mi immagino un futuro in cui i bimbi saranno abbastanza grandi da ripercorrere le sue storie con il labiale afono parola per parola.
Alzi la mano chi non ha un genitore che nello stesso identico punto, di una stessa strada, ogni volta ti dice sempre la stessa frase, e sempre con l'espressione di chi lo sta facendo per la prima volta.
Ecco.
La casa nel verde è un posto meraviglioso. Si adagia in un borgo costituito da cinque o sei case in pietra e legno, tutte di parenti di Lui. In questo posto i bambini vivono quella dimensione "da cortile" che al giorno d'oggi non esiste più, ma che noi figli degli anni '80 abbiamo ben presente: quella, cioè, in cui saluti mamma e papà alle 9 di mattina e li rivedi al volo per pranzo, e poi via fuori ancora a giocare senza pericoli (più o meno) fino all'ora di cena.
E io mi isolo. Potermi isolare è davvero un lusso.
Quest'estate ho letto i quattro libri di Twilight in dieci giorni. Stavolta ero un tutt'uno con la sdraio, l'iPod e la mia ultima monomania musicale (cioè l'ascolto oltranzista di una sola canzone in repeat).
Vacanza.
Sole.
Relax.
I bambini si misurano con una natura che gli corre incontro, e constatatano che gli animali sono effettivamente un po' più grandi di quelli che vedono sui libri. Escono dal letargo anche i bambini, e ritrovano nelle gambe una voglia di correre e muoversi che sembrava sopita. Ecco, com'è che questa cosa a me non capita mai, spiegatemi... In ogni caso la primavera non mi è mai sembrata così bella come quest'anno, non so.
E poi ecco lì che arriva, come una tegola sulla testa, la richiesta di Lui di camminare.
- Come scusa, credo di non aver capito.
- Camminare, sai le gambe, i piedi, quella cosa lì - mi dice mimando una camminata al rallentatore.
- Non vedo negozi qui in giro, e poi sono in vacanza.
- Boschi, la natura, l'aria pulita.
- Ho nell'iPod la registrazione della circonvallazione di Milano all'ora di punta.
- Muoviti.
E quindi si cammina, o meglio, Lui e Lee zompettano come due stambecchi mentre io e Roo restiamo indietro e facciamo a gara a chi si lamenta di più.
- Non me l'avevi detto che era così in salita, la strada...
- È beo (vero). Non ci bengo più.
- Neanche io.
Ecco il solo aspetto negativo di questi weekend, la Sua fregola di farmi fare sport.
Una battaglia persa, comunque.
1 aprile 2011
Ciccioli e lambrusco
Andiamo in pellegrinaggio da mia suocera, al festival del carboidrato e del superlativo assoluto.
Cappelletti, erbazzone, tagliatelle, lasagne, passatelli, gnoccofritto, tigelle, diosacosaltro.
Spero che aprile si riveli davvero per quello che deve essere, cioè dolce dormire, altrimenti non ne esco viva.
Spero di abbronzarmi, anche se non so se si possa definire così il passaggio dal pantone "mozzarella" al quello "pollo crudo" (la mia carnagione è tipo "hai trovato brutto?").
Spero di comportarmi bene.
La sola cosa certa è che al ritorno sarò tre chili in più, minimo.
Cappelletti, erbazzone, tagliatelle, lasagne, passatelli, gnoccofritto, tigelle, diosacosaltro.
Spero che aprile si riveli davvero per quello che deve essere, cioè dolce dormire, altrimenti non ne esco viva.
Spero di abbronzarmi, anche se non so se si possa definire così il passaggio dal pantone "mozzarella" al quello "pollo crudo" (la mia carnagione è tipo "hai trovato brutto?").
Spero di comportarmi bene.
La sola cosa certa è che al ritorno sarò tre chili in più, minimo.
21 marzo 2011
Roma di sole e d'azzurro
Il viaggio comincia nel momento in cui Lee chiede se siamo arrivati e non siamo ancora usciti dal cortile di casa, e succede tutte le volte. È come se fosse il La, l'interruttore On della partenza, l'attacco di un passo che conosciamo tutti.
Il viaggio è scandito dalle nostre voci, Lee che chiede di giocare al domino di parole (nave-vela-lama-mare-remo), Lui che canta le canzoni che sente senza azzeccare mezza parola, Roo che gioca e canta e gioca e parla, io che domando se quelli che stiamo ascoltando non siano per caso i Duran Duran (per inciso, non lo sono mai).
La colonna sonora dell'A1 per noi è un mix allucinogeno di canzoni per bambini e di canzoni per grandi che i bambini possono gradire, quindi si passa con eleganza dallo Zecchino d'Oro a Caparezza, da Alberto Fortis ai Black Eyed Peas senza che nessuno faccia alcuna obiezione.
La casa e la zia di Roma.
Roma per me è sempre stata un'isola felice. In passato, anche terapia. Lì potevo permettermi di resettarmi e inventare una persona diversa, potevo essere un monaco tibetano o una rockstar a seconda dei casi, ma più di tutto potevo permettermi il lusso di essere veramente me stessa, al netto di tutte le aspettative altrui che lasciavo a seicento chilometri di distanza insieme ai ruoli che giocavo nella mia vita di sempre.
Poter mettere così tanto spazio tra i se stessi di casa e i se stessi rinnovati dal viaggio è un lusso che bisogna potersi prendere, ed è quantomai prezioso tanto più si viaggia da soli. A casa della zia Esse ho svernato la fine degli amori, le crisi universitarie, quelle lavorative, da lì ripartivo con rinnovata energia, e la zia a coprirmi di affetto, cure ed attenzioni fino a farmi avere una pelle nuova e un quaderno diverso su cui scrivere pagine che fino ad una settimana prima non avrei mai pensato.
Libera.
Non eterodiretta.
Rinnovata.
Sempre io, ma diversa.
Ritrovare quella casa, che di per sè è una storia bellissima che si racconta in ogni oggetto, in ogni angolo, e ritrovare quella stanza di luce, con quel cielo fuori che a Milano ce lo scordiamo, è già essere in vacanza.
Roma.
Se ne sta lì, perfetta, eterna, e bellissima, ti grida quanto è meravigliosa ad ogni angolo, e tu ti riempi gli occhi di quel giallo che ti regala verso sera e te ne porti a casa un po'.
Io amo le piazze, Lui i monumenti, è sempre così del resto, Lui è solidità, io socialità. La città diventa familiare, la si gira in macchina come se fosse casa, la si gira a piedi perdendosi sempre un po', e mentre Lui vagheggia di venirci in bicicletta, io sogno di comprare ogni ultimo piano del centro con le travi a vista e l'affaccio su una piazza a caso - sindrome dell'immobiliarista, ogni volta che mi innamoro di una città vorrei comprarmici casa, ed esserne davvero parte.
I bimbi sono perfetti viaggiatori, si adattano alla novità come mai penseresti, considerato che a casa basta cambiare l'angolazione del cuscino preferito perchè venga giù il finimondo. E invece no, te li ritrovi lì, capaci di soprendersi di fronte a una fontana, di entusiasmarsi per la strada del muro torto fatta in macchina veloce, o per i gradini alti del Colosseo, sempre pronti ad una corsa, ad uno scatto dentro a una pozzanghera, per poi correre a chiederti un toast, un po' d'acqua, un abbraccio.
Prendono metro, prendono sole, prendono pioggia sempre con lo stesso identico entusiasmo, quello di essere insieme altrove, fuori dalla routine a trovare anche loro dei se stessi diversi da mettere alla prova.
Roma è per noi babysitter gratis e contenta, che ci tiene i bimbi ogni sera lasciandoci ritrovare occhi negli occhi, a parlare e parlare e parlare e tacere e parlare ancora, che sembra una vita che non ci vediamo eppure viviamo insieme, ma dove sei stato?, e allora recuperiamo tempo, distanze, chilometri, discorsi lasciati in sospeso, e quel modo di parlare che non sentivamo da un po', e quel modo di tacere che non sentivamo da un po', a riscoprirci stupidi e ridanciani, e a salutare Roma dall'ultimo dei 125 gradini dell'Ara Coeli, lassù da soli, mentre la città che si prepara per il sabato sera da qualche parte là in basso.
E poi via a casa, in attesa del prossimo viaggio, della prossima città, dei prossimi pensieri, dei prossimi noi.
Il viaggio è scandito dalle nostre voci, Lee che chiede di giocare al domino di parole (nave-vela-lama-mare-remo), Lui che canta le canzoni che sente senza azzeccare mezza parola, Roo che gioca e canta e gioca e parla, io che domando se quelli che stiamo ascoltando non siano per caso i Duran Duran (per inciso, non lo sono mai).
La colonna sonora dell'A1 per noi è un mix allucinogeno di canzoni per bambini e di canzoni per grandi che i bambini possono gradire, quindi si passa con eleganza dallo Zecchino d'Oro a Caparezza, da Alberto Fortis ai Black Eyed Peas senza che nessuno faccia alcuna obiezione.
La casa e la zia di Roma.
Roma per me è sempre stata un'isola felice. In passato, anche terapia. Lì potevo permettermi di resettarmi e inventare una persona diversa, potevo essere un monaco tibetano o una rockstar a seconda dei casi, ma più di tutto potevo permettermi il lusso di essere veramente me stessa, al netto di tutte le aspettative altrui che lasciavo a seicento chilometri di distanza insieme ai ruoli che giocavo nella mia vita di sempre.
Poter mettere così tanto spazio tra i se stessi di casa e i se stessi rinnovati dal viaggio è un lusso che bisogna potersi prendere, ed è quantomai prezioso tanto più si viaggia da soli. A casa della zia Esse ho svernato la fine degli amori, le crisi universitarie, quelle lavorative, da lì ripartivo con rinnovata energia, e la zia a coprirmi di affetto, cure ed attenzioni fino a farmi avere una pelle nuova e un quaderno diverso su cui scrivere pagine che fino ad una settimana prima non avrei mai pensato.
Libera.
Non eterodiretta.
Rinnovata.
Sempre io, ma diversa.
Ritrovare quella casa, che di per sè è una storia bellissima che si racconta in ogni oggetto, in ogni angolo, e ritrovare quella stanza di luce, con quel cielo fuori che a Milano ce lo scordiamo, è già essere in vacanza.
Roma.
Se ne sta lì, perfetta, eterna, e bellissima, ti grida quanto è meravigliosa ad ogni angolo, e tu ti riempi gli occhi di quel giallo che ti regala verso sera e te ne porti a casa un po'.
Io amo le piazze, Lui i monumenti, è sempre così del resto, Lui è solidità, io socialità. La città diventa familiare, la si gira in macchina come se fosse casa, la si gira a piedi perdendosi sempre un po', e mentre Lui vagheggia di venirci in bicicletta, io sogno di comprare ogni ultimo piano del centro con le travi a vista e l'affaccio su una piazza a caso - sindrome dell'immobiliarista, ogni volta che mi innamoro di una città vorrei comprarmici casa, ed esserne davvero parte.
I bimbi sono perfetti viaggiatori, si adattano alla novità come mai penseresti, considerato che a casa basta cambiare l'angolazione del cuscino preferito perchè venga giù il finimondo. E invece no, te li ritrovi lì, capaci di soprendersi di fronte a una fontana, di entusiasmarsi per la strada del muro torto fatta in macchina veloce, o per i gradini alti del Colosseo, sempre pronti ad una corsa, ad uno scatto dentro a una pozzanghera, per poi correre a chiederti un toast, un po' d'acqua, un abbraccio.
Prendono metro, prendono sole, prendono pioggia sempre con lo stesso identico entusiasmo, quello di essere insieme altrove, fuori dalla routine a trovare anche loro dei se stessi diversi da mettere alla prova.
Roma è per noi babysitter gratis e contenta, che ci tiene i bimbi ogni sera lasciandoci ritrovare occhi negli occhi, a parlare e parlare e parlare e tacere e parlare ancora, che sembra una vita che non ci vediamo eppure viviamo insieme, ma dove sei stato?, e allora recuperiamo tempo, distanze, chilometri, discorsi lasciati in sospeso, e quel modo di parlare che non sentivamo da un po', e quel modo di tacere che non sentivamo da un po', a riscoprirci stupidi e ridanciani, e a salutare Roma dall'ultimo dei 125 gradini dell'Ara Coeli, lassù da soli, mentre la città che si prepara per il sabato sera da qualche parte là in basso.
E poi via a casa, in attesa del prossimo viaggio, della prossima città, dei prossimi pensieri, dei prossimi noi.
16 marzo 2011
14 marzo 2011
Lo stretto indispensabile
Sto facendo le valigie, chè mercoledì l'allegra famiglia Zeta va a Roma. Quindi scrivo lunghe liste su foglietti sparsi che perdo sistematicamente.
In realtà, è piuttosto semplice: praticamente basta riversare l'intero contenuto dell'armadio dei bambini dentro la valigia, e poi giocare a tetris per far entrare anche le nostre cose da grandi nei diecicentimetricubici che avanzano.
I piccoletti sono pronti a qualsiasi evenienza, dal surf a Fregene alla scalata con Messner, dalla cena di gala in Campidoglio a una cavalcata a piazza di Siena.
Noi speriamo che ce la caviamo.
In ogni caso, come sempre nella mia vita, le parole "bagaglio" e "leggero" non riescono proprio a stare nella stessa frase, non lo so, non ce la faccio, è come cercare di mettere insieme due calamite che si respingono.
Ci manca solo il materasso sul portapacchi e poi abbiamo tutto.
In realtà, è piuttosto semplice: praticamente basta riversare l'intero contenuto dell'armadio dei bambini dentro la valigia, e poi giocare a tetris per far entrare anche le nostre cose da grandi nei diecicentimetricubici che avanzano.
I piccoletti sono pronti a qualsiasi evenienza, dal surf a Fregene alla scalata con Messner, dalla cena di gala in Campidoglio a una cavalcata a piazza di Siena.
Noi speriamo che ce la caviamo.
In ogni caso, come sempre nella mia vita, le parole "bagaglio" e "leggero" non riescono proprio a stare nella stessa frase, non lo so, non ce la faccio, è come cercare di mettere insieme due calamite che si respingono.
Ci manca solo il materasso sul portapacchi e poi abbiamo tutto.
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