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12 marzo 2012

ET telefono casa anch'io

Sorrido sempre quando un bambino mi parla.
Mi si avvicina N. la migliora amica di Lee: "Lara, sai una cosa? Sabato vado a comprare le scarpe con il tacco". Il sorriso mi si sgretola sulla faccia. Credo che si senta anche il rumore. Perché io non riesco, mai e con nessuno - figuriamoci con i bambini, a dissimulare cosa sto pensando in realtà. Abbozzo un "ah", mentre Roo mi salva in corner combinandone una delle sue, una di quelle belle grosse che richiedono il mio intervento.
Ci avviamo per strada verso la gelateria del dopo-asilo e Lee tutta imbronciata torna all'attacco con il tema preferito dell'estate scorsa: "Quest'estate mi compri il costume con il reggiseno?" "No". Io non sono una che sta molto a discutere, sono cresciuta con questa cosa che quello che dicevano gli adulti doveva essere preso alla lettera, chiedere perché era lecito, ma la risposta il più delle volte non arrivava o arrivava sotto forma di "perché è così". Non c'era altro da aggiungere.
E io sono contenta di un rapporto più confidenziale, più aperto coi bambini, ma non fino ad arrivare al punto che questi possano mettere in discussione qualsiasi cosa venga detta. L'adulto, il genitore per la precisione, è quello che si può permettere i sì e i no senza dover necessariamente dare una spiegazione che molto probabilmente il bambino non ha ancora gli strumenti per capire. Quindi quando Lee chiede "Perché no?" la mia risposta, che non può affondare le radici nella argomentazioni con cui poi investirò Lui al suo rientro, si limita ad un "Perché a me non piace e perché finché non hai le tette il reggiseno te lo scordi" (omettendo "se sei come me dovrai attendere una vita").
Ovviamente arriva puntuale il classico "Ma la mamma di N. glielo compra". Non mi sorprende. "Il mondo è pieno di ingiustizie".

Frequentiamo molti compleanni, per lo più femminili. Il regalo più gettonato di questi tempi è il kit per la mini ricostruzione delle unghie, con tanto di micro-unghiette finte da applicare su quelle vere e colorarle a proprio piacimento. Ripeto: il-kit-per-la-ricostruzione-unghie. E i trucchi. E i bijoux. Non voglio necessariamente demonizzare un gioco. È la cristallizzazione di un ruolo, di quelle che devono essere sempre belle e curate e soprattutto grandi - molto grandi - a non starmi bene. Anche noi mettevamo le scarpe col tacco di mamma, e facevamo finta di essere grandi. Ma, non lo so, mi sembra che ci fosse di base un'ingenuità, una semplicità, una totale mancanza di malizia che adesso non riesco a cogliere.
Anche perché poi hai l'impressione che non è che con questi giochi ci si divertano poi tanto. La riprova l'ho avuta alla festa di compleanno di Lee, a casa nostra. Quintali di Barbie abbandonate in giro a favore del trenino di Roo, del kit Black&Decker di Lee (sì, di Lee), della valigetta del dottore, usando il trapano, la sega circolare, il martello e il cacciavite come fossero strumenti da chirurgo (e Grey's anatomy ci ha insegnato che non è una cosa così strana, tutto sommato). Sai che palle fare le collanine, quando puoi riempire le chiappe altrui di punture o segare un braccio?

Passeggiata per tornare a casa. Si passa davanti ad un negozio che fa tatuaggi, dove G. - altra amica di Lee - attacca a piangere perché lei vuole fare il tatuaggio vero. Quattro anni. Sua mamma le dice "più avanti".

Cioè, c'è qualcosa che mi sta sfuggendo, c'è qualcosa che sto sbagliando io, c'è qualcosa che dovrei accettare, o c'è effettivamente qualcosa che non va? Mi sento come se fossi atterrata da un altro pianeta e sono quella verde con le antenne-le pinne-la coda e parlo una lingua che nessuno capisce. Beam me up Scotty, riportatemi sul mio pianeta, che questo qui non mi piace per niente.

17 febbraio 2012

Compleanno a Snobville

A Snobville il compleanno è quella cosa che devi festeggiare in una sala giochi invitando tutti i bambini che conosci, e pure qualcuno che incontri per strada, che fa numero e sembra che sei più importante. Sto parlando del compleanno dai quattro anni in poi, eh, mica dei 18, quando immagino si userà noleggiare un charter per l'intera classe del liceo e portarla a Ibiza, per dire. E io avrei solo voglia di scappare, fortissimo e molto lontano.
A Snobville il compleanno è quella cosa che chi compie gli anni deve fare un regalo a tutti quelli che vagamente dimostrano partecipazione all'evento. Del tipo: noi-trenta-bambini-della-tua-classe ti cantiamo tanti auguri, ti costruiamo una squisita corona di cartone con sopra la porporina che spargerai a casa tua per l'intero anno successivo, e in cambio tu porti per ciascuno di noi-trenta-bambini-della-tua-classe un bel sacchettino pieno di caramelle e possibilmente qualche giochino.
A Snobville il compleanno è quella cosa che poi quando fai una festa devi prevedere una sorta di bomboniera, un po' più impegnativa del sacchettino di caramelle mi raccomando, da dare ai bambini che hanno partecipato e ti hanno fatto il regalo.
A Snobville il compleanno quindi prevede torte giganti, perché il più delle volte se si tratta di bambini di quattro anni alla festa si fermeranno anche le mamme e mica le puoi lasciare senza torta, no, altrimenti che compleanno sarebbe, e quindi per una festa di  quindici bambini - in sala giochi, eh, e non dimenticate le calze antiscivolo - devi prevedere una torta per almeno trenta persone.
E l'animazione, ché sennò i bambini di oggi si annoiano, e il truccabimbi, e i triplocarpiati, e sticazzi. E io avrei solo voglia di scappare, fortissimo e molto lontano.
A Snobville il compleanno mi mette ansia per tutta la socialità forzata che si porta dietro e col senno di poi avrei fatto bene a partorire entrambi i biondini in pieno agosto, come Roo.
E invece.
Invece Lee fa gli anni tra poco e siamo alle prese con il compleanno. Che pur abitando a Snobville io mi rifiuto di festeggiare come Snobville comanda. Non riesco a rassegnarmi alla perdita della semplicità.
Anche perchè a Lee dei trenta bambini della sua classe, che comunque verranno omaggiati del sacchettino di caramelle e giochino, ne interessano sei o sette (e suo fratello ne sarebbe escluso se non fosse che è appunto suo fratello). Tutte femmine, ché siamo nel periodo che "i maschi fanno schifo", e il fidanzatino - unico maschio che non fa schifo - che non inviteremo perché non ha ancora l'età per apprezzare di essere l'unico gallo di un pollaio con sette galline, me l'ha detto la sua mamma, donna intelligente e mia amica.
Io mi ricordo compleanni in casa, con la mamma che aveva fatto la torta, e le candeline da spegnere, e regali ragionevoli, "pensierini" che uno comprava in cartoleria e ti portava impacchettati con la carta bella, e mangiavamo la torta, e c'era la coca-cola che di solito mai, e giocavamo con i giochi che c'erano in casa e poi tutti giù in cortile come ogni pomeriggio.
Ora le feste qui sono dei balli delle debuttanti, le torte sono castelli a più piani, i regali sono status symbols mediante cui le mamme combattono una guerra inesistente e la tensione è altissima. E io avrei solo voglia di scappare, fortissimo e molto lontano.

Quest'anno Lee ha preferito nuovamente la festa in casa - casa nostra certo, da pulire, sistemare, addobbare, proteggere, nascondere la cristalleria, alzare i massimali della polizza, quelle cose lì - ma ho l'impressione che sarà l'ultimo anno. Perché comincia ad avere quell'età un po' stronzetta in cui l'erba del vicino, e l'erba del vicino a Snobville è una cosa veramente pericolosa. E spesso inarrivabile. E quindi, mentre cerchiamo di insegnarle a pensare con la sua testa, siamo consapevoli che dovremo comunque mediare tra quello che lei vorrebbe, quello che noi riterremo giusto e quello che sarà possibile fare.
Sarà una bella lotta.

La sto vivendo bene, non si vede? È l'ansia pre-evento, poi entro "in prestazione" e mi passa.
Ma al momento avrei solo voglia di scappare.
Fortissimo.
E molto lontano.

28 settembre 2011

La danza del qua qua

Lee ha deciso di andare a danza.
Ed è proprio il genere di scelta che ci aspettavamo da lei, che non è propriamente braveheart, che ha paura di farsi male, e che il contatto fisico con gli altri bambini fino a un certo punto poi aria.
E quindi lezione di prova, lacrime da abbandono "oddiodovròmicastarequidasola", entusiasmo post-lezione e iscrizione. Ne hanno preso esempio altre cinque sue amichette dell'asilo. Ecco, sentivo proprio il bisogno di ulteriori spazi di condivisione con le mamme, e peggio ancora le nonne, dell'asilo.
E infatti.
Tempo due lezioni ed eccole lì a chiedere delucidazioni alle insegnanti.
Che poi, stiamo parlando di danza per bambine di cinque anni, cioè la Abbagnato è un'altra cosa per non parlare di Sylvie Guillem. La Ferri? No, anche lei abita altrove.
Queste pulcine saltellano, corrono, imparano a muoversi a tempo con la musica.
La sbarra, le posizioni, pliés, dévelloppès, grand fouettè en tournant, rond de jambe, e sticavoli non li vedono neanche da lontano.
E ci mancherebbe.
Esattamente quello che mi aspettavo da queste lezioni di danza.
Ma evidentemente, e tanto per cambiare aggiungerei, sono l'unica.
E mi chiedo come mai.
Mi chiedo se mi dovrei interessare anche io alla carriera ballerina di mia figlia, lo chignon le sta così bene del resto...
Perchè le altre partecipano, fanno presente che le loro bambine sanno fare la spaccata (eh?) o che hanno il fisico giusto per, e guarda che collo, e guarda che gambe, e guarda un gabbiano (cit.). E il mio primo istinto è di ritirarla se non fosse che, grazieadio, le insegnanti tagliano corto con l'espressione di chi ogni anno deve spiegare che le selezioni per la Scala, ecco, magari ne parliamo più avanti.

Che poi se penso a quello che implica il mondo della danza, non sono proprio certa che sia il genere di futuro che augurerei a mia figlia, eh.
Ma se la competizione comincia dalle mamme come ci si può aspettare che non passi alle figlie? Conoscendo Lee posso dire questo: lei non è quella che lancia la sfida ma se ci si trova in mezzo corre.

E quindi.
Il discorso della magrezza.
La magrezza è un tasto su cui non riesco ad andare con facilità (poi forse un giorno ne parliamo ma anche no).
Meno che meno quando si tratta di bambini.
Io detesto chi pesa i bimbi con gli occhi, chi li misura, chi commenta i cicciottelli, chi per innalzare uno scricciolo mortifica chi esce dalle dimensioni standard. E questo è un messaggio che i bambini percepiscono forte e chiaro, perchè è talmente elementare che lo fanno subito "loro", e peggio ancora lo diffondono.

C'è già all'asilo questa percezione del magro come qualcosa di positivo da opporre allo smaccatamente negativo del grasso (sì, davvero: vi presento i bambini di oggi). Io di una cosa ho la certezza: che Lee farà danza fino a quando vorrà, e fino a quando non avrò la sensazione che l'istituzionalizzazione della magrezza di questo ambiente le stia facendo male in qualche modo.

Mi auguro che passi del tempo.
Per ora più che cigni, paperelle.
E finchè paperellizzano va tutto bene.

9 maggio 2011

Le belle figure che io

Io ho dei pigiami meravigliosi. Tutti molto simili in realtà, variano solo per fantasia, ma il taglio è sempre lo stesso, pantalone maschile e maglietta aderente. Adoro.
Chi mi conosce sa che in qualsiasi negozio io entri, se ci vendono anche dei pigiami linea maschile, io uscirò con uno di essi.
Ultimo modello: pantalone verde mela con coulisse in sangallo bianco; bottoncini finti sul davanti (come se mi servissero a qualcosa - il taglio è maschile ma il resto è palesemente da donna); elastico in vita con bordatura a righine sottili lilla, bianco, rosa e verde mela; tasche. Il tutto abbinato a maglietta a costine stretta rosa.
Uno schianto.
L'ho messo, fierissima, e poi mi sono ricordata che avevo lasciato una cosa in macchina.
Che fai? Vorrai mica cambiarti, no?
No.
Esco così, col pigiama perchè, testuale "tanto non incontro mai nessuno, pare un palazzo fantasma".

E ovviamente.

Al piano-auto, c'è una specie di microriunione condominiale (che voglia c'hanno 'sti qui a parlare di condominio nel tempo libero, io non lo so), presenti 15 persone per un totale di 359,64 millesimi, neanche la maggioranza qualificata, sicchè.

Eccerto che hanno notato la mia mise, non era possibile non notarla, troppo bella.
Un crogiuolo di sopracciglia alzate, ma stiamo a Snobville, il sopracciglio alzato è uno status-symbol.

Invidia.
Non sono belli come me in pigiama neanche a tirali a lucido.
Io al posto loro avrei applaudito.

4 maggio 2011

ImmaginAlex



Roo l'ha visto. Ci ha girato un po' intorno. L'ha studiato. Poi finalmente un giorno ha capito.

Corre incontro a questo moncone di albero, lo abbraccia, si volta verso di me letteralmente raggiante e mi dice:
- Mamma guadda, è Alex!
- Ah sì?! - chiedo io chiamando l'892424 per il numero di un bravo neuropsichiatra infantile, mentre le altre mamme allontanano i loro figli.
- Cetto. È Alex, punto e ttop.

Niente, vi presento Alex, l'amico immaginario di Roo. Ogni tanto Roo lo picchia ma poi gli porta una foglia gialla da mangiare, ogni tanto prova a saltargli in braccio e poi gli tira un calcio, ma soprattutto gli parla tanto e gli gira intorno ancora di più. E se litigano, lo ignora.

Che cosa vuoi dirgli?
E soprattutto da che pulpito?
Io faccio monologhi lunghissimi in macchina mentre guido, ma in realtà sto immaginando domande e risposte di situazioni che poi nella realtà non combaciano mai con la mia fantasia, e quindi mi deludono. Ringrazio il cielo che hanno inventato gli auricolari che sono un alibi meraviglioso, perchè prima di essi spesso litigavo con qualcuno da sola in macchina e alzavo anche parecchio i toni, su un'auto che evidentemente non poteva essere dotata di vivavoce...
Mi vengono dei discorsi bellissimi quando parlo da sola che non avete idea.
Il discorso perfetto che poi, vis-à-vis, mai.

Sì, insomma, ai giochi di destino, le riviste al contrario, le scatole e la conta delle cose aggiungiamo anche che parlo tantissimo da sola.
Quindi, considerata la genetica, il suo Alex mi sembra davvero innocuo.
E adesso lo salutano tanti altri bambini, sicchè.

2 maggio 2011

Spaccacuore

Ritorno dal solito parchetto con i nervi meno a pezzi del previsto. L'incognita a questo giro era costituita da schifosi piccioni, che io aborro, ma me la sono cavata piuttosto bene tutto sommato, sarà stato il buonumore per l'assenza delle solite mammedelparchetto impegnate in qualche evento religioso che esiste solo a Snobville, "il nostro culto è differente".

Lee mi fa mille domande sul perchè viaggiamo così leggeri, cioè senza bicicletta, monopattino, macchinine, bambole, merende varie, la qualunque.
La mia risposta da perfetto manuale di pedagogia è "perchè no", e lei giustamente mi fa notare che non è una risposta. Provo ad argomentare meglio, quando Roo interviene nel discorso per ribadire alla mia amica e relativi figli e a tutto il mondo circostante, con un volume che se non impara a regolarlo dovrò insonorizzare il salotto, che oggi è il suo compleanno ma che la mamma non gli ha fatto nè torta nè regalo.
E la mamma non l'ha fatto per un semplice motivo, che oggi non è il suo compleanno, ad esempio.

In questo tripudio di dialoghi, domande e negazioni varie, la mia attenzione cade su una scena che si sta svolgendo a pochi metri.
Un ragazzo e una ragazza.
16 anni al massimo.
La "compagnia" tutta lì vicino, ma loro un po' in disparte.
Lui di quel genere di carino che può piacere giusto alle sedicenni (il vero figo del gruppo era lì a pochi metri non ancora sbocciato, ma noi c'abbiamo l'occhio lungo), insomma questo tizio belloccio, sportivo, con i bermuda, gli occhiali a goccia, il casco dello scooter in mano e un atteggiamento da sberle a piene mani, che mentre lei gli parla guarda in giro, in basso, in alto, ovunque pur di non guardarla in faccia.
Lei carina, 'ste ragazzine si somigliano tutte, capelli lisci alle spalle, cerchietto, jeans stretti e ballerine.

Gli sta davanti e gli parla.
Lui a un certo punto dice qualcosa.
Lei si impietrisce, resta lì un attimo, poi gli volta le spalle e se ne va.
Cammina verso di noi, con il viso che le si disfa in un pianto, ma senza scoppiare del tutto (aspetterà di voltare l'angolo per quello), senza voltarsi indietro, guarda in basso, si stringe nelle spalle e si allontana.

Io e la mia amica la guardiamo, era impossibile non capire: si sono appena lasciati.
E lei sta male come un cane, ma niente al confronto di come starà stasera.
Viene voglia di andare lì e di abbracciarla e dirle che quello è un deficiente, e che passerà anche se ora è devastata, poi passa.
E che quello è un cretino.
E che dovrebbe puntare a quell'altro, al figo non ancora sbocciato.
Giuro, era un dolore palpabile.
Chiunque l'abbia provato a quell'età lo riconosce subito.

Faceva male che sembrava di morire.
Ma poi è passata.
Pronta per la prossima storia, la prossima batosta, la prossima ricostruzione.
Che tenerezza però.
Se scopro che è stato per via di quella sciacquetta tettona sull'altro scooter, gli taglio le gomme.

24 marzo 2011

Park Avenue, Snobville

Le mamme del parchetto.
Parliamone.
Quelle che arrivano e piazzano le loro chiappette da pollo secco sulla panchina all’ombra mentre i loro figli vanno in giro a bulleggiare con una sicumera tale e quale a quella delle loro genitrici, devo informarmi se la iniettano per endovena in sala parto, e se per caso ho mancato la mia dose.
Quelle che quando parlano prima si devono fare spazio, perchè loro in realtà non parlano, pontificano, mentre con lo sguardo verificano il grado di approvazione delle astanti e, nel caso, aggiustano il tiro.

Tra Loro, ci sono:
- quelle che "ah no, il mio LordFauntleroy andrà alla scuola privata, perchè", testuale, "non voglio mica che cresca con gli extracomunitari" ("premio integrazione" subito)
- quelle che "io Yourcenar la mando alle elementari a 4 anni e mezzo perchè è troppo intelligente" - "einstein domani"
- quelle che "Giangianni ha 9 mesi ma veste 18"
- quelle che "Pierpuffo ha sei mesi e gli ho tolto il pannolino"
- quelle che "Fedor ha 3 anni, scrive e tiene conferenze sul surriscaldamento globale"
- quelle che "Priscilla non veste oviesse, noi solo Miu Miu e Prada, guarda mi trovo tanto bene" (ecco, pensa a me quando cresce)
Praticamente è la sublimazione del celolunghismo delle mamme fuori dall'asilo.

A queste si aggiungono le Altre, categoria diversa, ma non per questo meno inquietante, scolarizzazione scarsa, 740 corposo:
- quelle che "Shannon prendi la macchinina del bambino, è vero che la può prendere la macchinina del bambino?" - e io: Eh?... - "Ecco, vedi Shannon, prendi la macchinina del bambino". Il bambino in questione è Roo, che si è portato una macchinina dopo averla scrupolosamente scelta tra quelle che ha a disposizione e di mollarla non ci pensa neanche. Devo scegliere il male minore: ai fini della sopravvivenza del mio straccio di sistema nervoso, è meglio l'incazzatura di questa madre o di mio figlio? Ecco. Seguono pianti, litigate, e sberle varie, finchè sequestro la macchinina e allontano Roo, con l'altra madre che mi guarda torva
- quelle che "non devi portare i giochi dei tuoi figli, sennò a Chantilly viene voglia di usarli", e a me sul momento viene quasi da scusarmi tanto sono convincenti, poi penso che loro arrivano al parchetto con una pochette minuscola mentre io sembro una profuga, e quindi di che cosa stiamo parlando, scusa?
- quelle che il loro figlio spinge il mio facendolo cadere, e loro intervengono dicendo "signora, i bambini devono imparare a stare insieme", solo che il loro ha undici anni e il mio due.

E poi i bambini che "Ciao mi chiamo Geims, e uso tutto quello che hai portato tu, ma non osare avvicinarti al mio monopattino in titanio sparafulmini che ci puoi andare sulla luna".

Ecco.
Questa è la media dei miei incontri al parchetto.
Poi dici che vuoi chiuderti in casa.

Perchè non puoi vincere, eh, non ce la puoi fare. Costituiscono un organismo superiore, pluricefalo, qualcosa che è di più della mera somma delle sue parti, un'entità "altra" compatta come un blob, all'interno del quale non riesci più a distinguere le une dalle altre, ti arriva soltanto questa impressione tangibile di alterigia e di boria, senti solo che sono molto più forti di te, che si spandono ovunque.
E tu non puoi neanche lontanamente pensare di affrontare quella battaglia, considerato che non hai mai preso in considerazione di farne parte.

Non ce la faccio a farne parte, e ogni tanto mi chiedo se almeno dovrei desiderarlo.
E poi mi chiedo se i miei figli pagheranno in qualche modo il mio esserne al di fuori.
Certi giorni mi viene da piangere.
E in quei giorni, solitamente, Lui mi chiama alle sette di sera e mi dice che torna tardi.
In quel momento io valuto se chiamare uno psichiatra o la Bernardini De Pace.

10 febbraio 2011

(Im)perfetti

Esterno giorno. Ore 15. Snobville.
Di fronte ad ogni asilo va in scena la versione mammesca del chi-ce-l'ha-più-lungo e ad essere misurati sono gli inconsapevoli bambini che stanno cantando tanti auguri a te a qualcuno al di là del cancello.
Al di fuori le mamme sono in cerchio, il fatto di poterne fare parte o meno dipende dall'angolazione delle loro schiene rispetto alla tua posizione, e dallo spazio disponibile: se sono strette strette e ti danno le spalle sei fuori.
Dalla mia parte c'è un varco aperto e la loro disponibilità a farmi partecipare. Ma io ho saputo dell'esistenza dei percentili di crescita durante un sit-in simile al parchetto e non mi sono ancora ripresa. Memore di quell'esperienza, sfodero le armi di campionessa mondiale dello sguardo caduto nel vuoto, e assumo l'espressione di chi sta sostenendo da sola tutti i problemi dell'universomondo anche se sto pensando a come ottimizzare i tempi di make up e demake up, e quindi ne vengo esclusa.
Del resto, carpe diem, e io non ho colto l'attimo.
A vederle sembrano bambine cresciute che fanno un girotondo, voci che si alzano, risate, sorrisi, ma se osservi meglio riesci a vedere la tensione delle loro mascelle, i sorrisi tirati, i muscoli pronti a scattare sui centometri della conversazione. In realtà nessuna sta ascoltando le altre, sono tutte concentrate a trovare qualcosa per cui il loro piccolo possa tornare in testa ad una classifica che esiste solo nelle loro menti, e a cercare il momento giusto per riprendere la parola.
Uno non ci crede a quante e quali siano le cose su cui possono competere le mamme.
Praticamente tutte:
altezza, vince chi più
peso, vince chi meno
età dei primi passi, ogni volta si cala di qualche mese, attualmente si attestano intorno a 5 mesi e mezzo
età delle prime parole, idem come sopra
età dei primi dentini (ma che è? un talento personale?)
numero di scarpe
spesa per vestiti, corso di danza, feste di compleanno
età della bici senza rotelle
rapporto età/taglia di vestiti
punto di biondo delle folte chiome
millimetri di uscita dal bordo del disegno (coooooosaaa???), me le immagino con calibri e goniometri e diosacosa a misurare di quanto il pargolo sia uscito dal bordo del disegno di winnie-pooh.

Cercano di richiamarmi. "Ma la tua?"  "No Lee no", che è una risposta che va su tutto a prescindere, almeno quanto "d'altronde signora è così" perfetta per l'ascensore.

A questo si aggiungono, nella stessa gara, le caratteristiche negative che come sono rumorosi, disordinati, disperati, svogliati i loro, nessuno mai.
Inutile cercare ragguagli sull'evidente contraddizione in termini tra le prime cose affermate e le seconde. "D'altronde signora è così".

Roo sembra capire l'andazzo, e per prenderci tutte per il culo comincia a parlare malissimo, inscenando il bambino di due anni che imita un bambino di cinque mesi.
Si avvicina una mamma solerte: "Non parla ancora tanto bene, eh?"  "Eh già".
Dieci minuti dopo Lee mi porta un disegno con il sole verde e le nuvole fucsia, i bambini colorati malissimo e il nome scritto da destra a sinistra.
"Non c'avevo voglia".

Sono talmente meravigliosi nella loro imperfezione da meritare un premio.
Gelato per tutti.
E quindi due lavatrici da fare.
Ma pazienza.

30 gennaio 2011

Snobville

Io abito a Snobville, una gaudente cittadina nel cuore di una delle zone più produttive e benestanti del nord Italia, "a sei chilometri di curve dalla vita".
Snobville ha una splendida zona pedonale che in realtà è solo una grande passerella: lì non si cammina, si sfila, possibilmente prevedendo un cambio abito tra mattina e pomeriggio.

Snobville ha la più alta concentrazione di borse louisvuitton giganti e cagnolini minuscoli di tutto il territorio italiano e forse europeo, dev’essere qualcosa che ha a che fare con le dimensioni delle tette, almeno quanto l’automobile ha a che fare con le taglie maschili, in ogni caso mai che si considerino le dimensioni cervello una volta ogni tanto, no.
Snobville ha una piazza in comic sans, frutto di qualche mente perversa, e mesi di lavoro sotto un gazebo che non ne svelasse il piccante segreto. Tutt’intorno il solito crogiuolo di pensionati con le mani unite dietro la
schiena e l’espressione imbronciata nel costante movimento di chi fa no con la testa.
Dibattiti di ore su come la piazza l’avrebbero fatta meglio loro. Dialetto a buttare. Operai incazzati. Bambini felici che "ci sono le ruspe".
Finalmente arriva il giorno dell’inaugurazione, giornalisti, fotografi, celebrità locali comprensibilmente orgogliose di siffatta opera d’arte.
Et voilà, eccolo lì svelato il capolavoro!
Il delizioso rosone non comprende solo la scritta in se', ma la riproduzione in marmo della basilica che da quel punto si può vedere in dimensioni reali semplicemente alzando gli occhi. È un po' come mettersi una maglietta con sopra la propria faccia. La differenza però è che prima o poi la maglietta la togli, e forse rinsavisci e la butti.
La piazza di Snobville è marmoreamente eterna. Imperitura.

Ho mandato a Lui la foto del rosone appena completato.
Risposta: “Traslochiamo”.