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16 marzo 2012

Milano al volante

Amo guidare. Mi piace. E mi riesce bene. Sono d'accordo che le donne al volante nella maggior parte dei casi aiuto, ma non rientro nella categoria, perché - diciamolo - sono brava. Ho imparato nel posto più aggressivo d'Italia: se sai guidare a Milano puoi guidare ovunque.
È ovvio che le regole della strada sono le stesse dappertutto, ma a Milano ci sono una serie di fattori di cui bisogna tenere conto:
- Milano è una città fondata sulla frenesia automobilistica
- i pedoni sono esserini fastidiosi che rallentano la corsa ma ogni tanto, diamine, tocca farli passare
- le strisce pedonali poi le hanno messe lì di bellezza che il rigato mi è sempre di moda
- le biciclette - poverestelle - affrontano il loro personale Vietnam ogni giorno per la totale inadeguatezza delle piste ciclabili
- clacson chiama clacson, quindi se uno inizia a suonarti per un qualsiasi motivo è praticamente certo che anche tutti gli altri faranno la stessa cosa: sono momenti bellissimi
- spesso il senso di circolazione di una strada è solo un suggerimento, mica un ordine, mavvà
- la posizione di guida prevede una mano pronta sul clacson e il piede sinistro sempre a un millimetro dallo stacco della frizione
- il semaforo è quella cosa di cui devi tener conto in modo trasversale, cioè non guardi quello che ti riguarda ma controlli quando scatta il giallo per la strada perpendicolare alla tua in modo da cominciare a prepararti allo scatto, anche perché se non scatti, quello dietro attacca la mano al clacson (in genere capita ancora prima che si accenda il verde, 'mbè ci muoviamo?) e parte della tua già labile salute psicofisica va a farsi benedire
- "non farti intimidire" is the new "non fa male"
- "imporsi o soccombere" is the new "ma non ci toglierete mai la libertà"
- il parcheggio comprende lo spazio libero che vedi, a cui devi sommare anche il coefficiente di flessibilità del paraurti delle auto davanti e dietro
- il principio di base è che comunque sia "ti devi dare una mossa", poco importa se quello davanti a te non si è mosso, tu devi muoverti, per forza, o quantomeno fare un po' di rumore, scegli tu come
- sembra che molti ritengano che il clacson possa fare realmente qualcosa per smuovere chilometri di macchine, è chiaro, altrimenti non mi spiego il perché del suonare ripetutamente di fronte ad una coda evidentemente immobile
- se trovi un parcheggio in circonvallazione nell'ora di punta, ecco, quello lì - cara mia - è l'inferno: tutti inizieranno a suonarti e prega di azzeccare subito la manovra, altrimenti abbandona il veicolo e rifatti una vita nel punto esatto in cui ti trovi
- l'insulto regna sovrano e il dito medio fa il lavoro extra: devi solo verificare di avere delle sane vie di fuga nel caso il bersaglio dei tuoi insulti decida di approfondire il discorso
- al semaforo non guardare mai quello accanto a te, è sicuro che si sta scaccolando
- le "questioni di principio - driving edition" sono il male dell'umanità e motivi di litigate in mezzo alla strada che neanche a dirlo rallentano ulteriormente la corsa (perché è di una corsa che si tratta, eh, in cui il premio finale è arrivare a tavola a cena trenta secondi prima ma con un'ulcera così)
- non si fa passare nessuno, ci penserà quello dietro, sia mai che perda quei tre metri di strada e mi sballano tutte le coincidenze
- la fantasia, al netto del tom-tom, raggiunge vette incredibili nel trovare strade alternative che non sono necessariamente più corte o veloci, ma che ti danno l'illusione del movimento: e chissenefrega se per andare da A a B fai 14 km invece di 2, ti stai muovendo e tanto basta
- la fantasia raggiunge vette ancora più incredibili nell'inventare parcheggi dove non ne esistono
- bisogna essere aggressive e territoriali e fare lo slalom tra le varie corsie della circonvallazione per arrivare al semaforo - che comunque prenderai rosso dalle quattro alle sei volte - prima di quella macchina, quella che aprioristicamente e illogicamente hai deciso essere il tuo nemico giurato
- la seconda fila è solo un modo come un altro per parcheggiare, soprattutto con un SUV, tanto hai messo le quattro frecce, no?
- i passeggini sono quei piccoli mezzi fastidiosi che si lamentano del tuo sacrosanto parcheggio sul marciapiede fronte passo carraio
- il parcheggio libero è quello che vedi da lontano come un miraggio per poi scoprire gli ultimi due metri che invece c'è dentro una Smart (%&%@!!"??*%&!!!), e ovviamente in aggiunta ai tuoi santi scomodati si aggiunge l'immancabile clacson di quello dietro di te.

Se guidi a Milano, ti abitui al suo ritmo, poi in tutte le altre città ti sembra che tutti vadano al rallentatore.
Del tipo che tra l'accendersi del verde e la reale partenza della prima macchina possono passare addirittura tre secondi, in cui incredibilmente nessuno suona. E tu anziché goderne pensi "ma dove ca*%o sono finita? A Sonnelino-ville?"

[momento memorabilia] Una volta in Puglia, con le solite amiche, non mi ricordo per quale motivo avevamo una macchina a disposizione. Eravamo ferme a chiacchierare concitate quando scattò il verde. E noi ferme, troppo prese dal discorso. Giallo. Rosso. Ferme, ovvio. Scattò nuovamente il verde e noi anche a questo giro non stavamo dando segnali di volerci schiodare da lì. Quello dietro di noi diede un colpetto al clacson, leggero, elegante, minimalista, si affacciò dal finestrino e con una calma a dir poco zen disse: "Parti, quando ti piace 'o colore".

Capitasse una cosa del genere a Milano ci sarebbe un'esecuzione sommaria sul posto con spargimento delle ceneri in circonvallazione.
Ma vuoi mettere l'effetto drammatico? Son cose.

14 novembre 2011

Quei pomeriggi che piuttosto la miniera, grazie

Pomeriggio - casa Zeta:
N. 2 soggetti maschili, uno alto e uno basso, spalmati sul divano col lamento inserito in modalità turbo-boost che frignano cercando di attirare l'attenzione di
N. 2 soggetti femminili, una alta e una bassa, che oscillano tra l'indifferenza e l'esasperazione, ché il crocerossismo compiacente non riusciamo proprio a trovarlo da nessuna parte.
Il sesso debole, ci chiamano.

Sì insomma, due maschi ammalati...
Davvero.
Parliamone.

2 novembre 2011

Lo zainetto (marrone)

Provo a spiegare a Lee che deve ragionare con la sua testa. Mica facile. Cioè, mica facile su certe cose perchè in realtà quando si tratta di cose che reputa importanti non c'è nessuno che possa smuoverla da lì, a prescindere da amiche, maestre, mamma, parentame vario.
Ma per certe altre, aiuto.

Scuola di danza - interno - sera.
Si acquista l'abbigliamento per la lezione.
È imposto e obbligatorio: body nero, calzamaglia rosa, cache-coeur rosa, scarpette rosa. Unica opzione: scegliere tra una borsone grigio perla con il disegno stilizzato di una ballerina in rosa (il classico disegno stilizzato di tutte le classiche scuole di danza classica dell'universomondo classico) o uno zainetto.
Uno. Zainetto. Marrone.
Io non ho nulla contro il marrone, a parte il fatto che sembra ci voglia coraggio a chiamarlo col suo nome.
Infatti.
- Maddai, non è marrone, è biscotto.
- Sì, infatti è nocciola.
- Appunto, è moka.
- O cacao?
- Naaa è cangiante, sui toni del tabacco.
- Con una venatura color whisky.
[ecco io whisky e tabacco a questo punto volentieri grazie].

Lee sceglie decisa la borsa grigia. Figurarsi. Lo zainetto marrone non sarei riuscita a farglielo portare neanche a ridipingerglielo d'oro. Però.
N. e G., le sue amiche, quelle dell'esclusione, quelle che continuo a meditare di rapare a zero un giorno o l'altro, ecco loro due... vedo le loro mamme che confabulano per mezz'ora sulle qualità pratiche dello zainetto rispetto al borsone.
- È molto più facile da portare per le bambine.
Peccato che rientrino entrambe nella categoria di madri che impediscono alle loro ballerine di fare qualsiasi sforzo, fosse anche solo quello di portare il peso di due scaldamuscoli e un paio di scarpette in pelle rosa numero 28.
Quindi N. e G. zainetto.
(cantilena) "Noi abbiamo lo zainetto, noi abbiamo lo zainetto".
Che, ricordo, è marrone.

Niente, lo zainetto diventa improvvisamente l'oggetto del desiderio di Lee.
Arringo per quindici minuti buoni sul ragionare con la propria testa, alternando allegorie campestri a base di greggi di pecore e pastori, a citazioni casuali da Braveheart e Erin Brokovich, e ci aggiungo anche qui e là una spolverata di "le possino, 'ste stronzette", qualche manciata di Virginia Woolf che non fa mai male, e credo di aver finito decretando che no, non è lupus, mentre Roo mi lanciava ragnatele in alternanza a baci.
Siamo arrivate al compromesso che tiene il borsone grigio, e se tra una settimana sente ancora di volere lo zainetto marrone, io non mi opporrò, però, testuale, "che due maroni".

Lui rientra dal lavoro, pre-allertato telefonicamente dell'emergenza "borsa della scuola di danza".
- Lee, allora, raccontami, cos'è successo?
- Eh, niente... Sono una pecora.
- Beeeeh.
- Ahahah! Beeeeh.

Ecco come si sdrammatizza in un attimo la mia deliziosa arringa sull'importanza dell'indipendenza intellettuale.
Un belato, e passa tutto.

17 ottobre 2011

Pronti partenza via

Ore 7 di mattina e ho già fatto colazione, cercato vestiti che Lui "dove sono?", ho lavato, vestito e colazionato due biondini, discusso con Lee per l'abbigliamento di oggi, tagliato 20 microunghiette delle mani, rifatto tre letti, caricato e avviato la lavatrice che va a ciclo continuo, idem la lavastoviglie, sistemato il salotto tre volte che inspiegabilmente torna a riempirsi di giochi in un attimo, mi sono lavata, vestita e Lee ha scelto per me una collana di perle vere che lèvati, preparato due zainetti per l'asilo, sedato sul nascere due litigate, parlato da sola per cinque minuti buoni, litigato con l'armadio e soprattutto con la scarpiera, ri-stirato due grembiulini che Roo aveva appallottolato in fondo all'armadio, cercato n macchinine e n+1 schede da colorare/pennarelli/colla, spazzato il pavimento due volte ché Lee è solo forbici e coriandoli.

È lecito ora tornare a dormire, vero?

17 luglio 2011

E comunque...

Alle quattro di domenica pomeriggio Lui è partito per l'ennesima trasferta.
Mica che poi una pensi di essere ancora in vacanza, sia mai.
I rientri soft, l'aria ancora incantata e sognante, ecco, un'altra cosa.

E domani è lunedì.
Vojomorì.

No no, tutto bene, eh.

26 giugno 2011

Guarda, un gabbiano (sottotitolo: "a metà strada tra la Ciociara e quella del catalogo Prénatal")

7 i giorni effettivi di vacanza
40 il fattore di protezione medio utilizzato (poi dici, il colorito da "trovato brutto?")
11 il numero di bagni fatti
2 il numero di bagni fatti volontariamente
4 i braccioli gonfiati e sgonfiati per n volte, due di Barbie e due di Spiderman (no no, a noi i messaggi pubblicitari non ci sfiorano neanche, no)
12 il numero di miei costumi inseriti in valigia
2 il numero di costumi effettivamente utilizzati
84 le volte in cui uno dei due mi ha chiesto "mi compri...?"
5 i chilometri a piedi percorsi al giorno
0 il numero di pagine di riviste, libri, laqualunque lette durante la settimana, voglio piangere
3 i minuti effettivamente passati a prendere il sole da sdraiata
185 i secchielli d'acqua riempiti e 427 le formine di sabbia fatte e subito distrutte da Roo, Lee, il mare
18753 le volte in cui ho chiesto "Roo, devi fare la pipì?"
18751 le volte in cui ho detto "Roo, ma non avevi detto che non ti scappava?"
100 i minuti di corsa della settimana
6 i litri d'acqua di mare che Roo deve aver bevuto nell'entusiasmo delle sue nuotate (è troppo contento, non riesce a chiudere la bocca)
1845 le volte in cui ho detto "Non troppo al largo" e 1845 le volte in cui Lee mi ha risposto "ma io voglio andare in Corsica"
1 il sorriso, immenso, di Roo quando ha capito che può fare dei disegni di pipì
78 i messaggi/telefonate/tweet di auguri di compleanno ricevuti
4 le grandi sorprese
6 i cambi quotidiani di Lee, neanche fosse in crociera (la mise per andare in spiaggia, quella per andare a pranzo, quella per la pennichella, quella da parchetto, quella da cena e quella da uscita serale: davvero, parliamone - eravamo in appartamento eh)
8742 le nostre risate
1000 i Momenti di Grande Tenerezza, che sono poi quelli in cui mi fermo e constato che sto facendo, tutto sommato, un buon lavoro e che questi due bimbi sono favolosi.

49 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una profuga accampata.
51 percentuale di tempo in cui mi sono sentita una mamma davvero ganza.

Alla fine dei conti sono un'ottimista, dai.

16 giugno 2011

Come pane e burro

Maddalena ha i capelli biondo scuro e occhi verdi grandissimi, come quelli della sua mamma.
Maddalena ha 3 anni e mezzo, un monopattino rosa e un sacco di braccialetti di gomma.
Maddalena è alta, molto forte e molto "fisica".

Maddalena è l'amore di Roo.
E, forse, viceversa.

Il loro amore è un misto di spintoni, risate, giochi, condivisione di chupachups appiccicaticci, gusti gelato, malattie esantematiche. Come tutti gli innamorati sembrano sempre ad una festa da cui il resto del mondo è escluso.
Lui la invita a fare una corsa, lei gli chiede di spingerla sul passeggino, lui le spiaccica il gelato sulla maglietta, lei gli ordina di saltare giù da un muretto alto, insieme si buttano per terra, insieme vanno in monopattino, insieme parlano con Alex e poi lo picchiano.

Come in ogni storia che si rispetti, anche in questo caso, l'amore porta a migliorarsi, a superare i propri limiti, a diventare più grandi. Ad esempio, lei da lui ha imparato a sporcarsi in un modo che sua mamma non aveva mai creduto possibile, lui a scendere di faccia dallo scivolo, lei ha imparato a grattuggiarsi le ginocchia cadendo dalla bici per andare forte come lui, lui a mettere le cannucce dell'Estatè nel naso, lei ha imparato a comunicare al mondo ogni suo movimento digestivo, lui a fare la capriola in avanti.

Lei potrebbe chiedergli qualunque cosa.
Quindi, ne approfitto.
Maddalena, tesoro, potresti convincere il tuo ragazzo a liberarsi del pannolino?
Grazie, non lo dimenticherò.
Tua suocera.

9 maggio 2011

Le belle figure che io

Io ho dei pigiami meravigliosi. Tutti molto simili in realtà, variano solo per fantasia, ma il taglio è sempre lo stesso, pantalone maschile e maglietta aderente. Adoro.
Chi mi conosce sa che in qualsiasi negozio io entri, se ci vendono anche dei pigiami linea maschile, io uscirò con uno di essi.
Ultimo modello: pantalone verde mela con coulisse in sangallo bianco; bottoncini finti sul davanti (come se mi servissero a qualcosa - il taglio è maschile ma il resto è palesemente da donna); elastico in vita con bordatura a righine sottili lilla, bianco, rosa e verde mela; tasche. Il tutto abbinato a maglietta a costine stretta rosa.
Uno schianto.
L'ho messo, fierissima, e poi mi sono ricordata che avevo lasciato una cosa in macchina.
Che fai? Vorrai mica cambiarti, no?
No.
Esco così, col pigiama perchè, testuale "tanto non incontro mai nessuno, pare un palazzo fantasma".

E ovviamente.

Al piano-auto, c'è una specie di microriunione condominiale (che voglia c'hanno 'sti qui a parlare di condominio nel tempo libero, io non lo so), presenti 15 persone per un totale di 359,64 millesimi, neanche la maggioranza qualificata, sicchè.

Eccerto che hanno notato la mia mise, non era possibile non notarla, troppo bella.
Un crogiuolo di sopracciglia alzate, ma stiamo a Snobville, il sopracciglio alzato è uno status-symbol.

Invidia.
Non sono belli come me in pigiama neanche a tirali a lucido.
Io al posto loro avrei applaudito.

21 aprile 2011

Mio fratello è figlio unico (o comunque gli piacerebbe)

Ho un fratello più grande. Più grande di un anno, ma tanto bastava a 15 anni per innamorarmi sistematicamente dei suoi compagni di classe e per rubargli di nascosto le felpe, spacciandole poi con le mie amiche per quelle del mio ultimo flirt.
Le balle come le inventavo io, nessuno mai.
Balle... Diciamo più costruzioni alternative della realtà, ecco.

Abbiamo caratteri molto diversi, lui preciso io sommaria, lui attento io distratta, lui responsabile io, ehm, no io no. I nostri genitori ci hanno cresciuto nell'idea della condivisione fraterna, e quindi hanno sempre demonizzato il suo atteggiamento a proteggere le sue proprietà. Ma il discorso non era generalizzato, poverastella, lui non proteggeva le sue cose da tutto, le proteggeva da me.
Chè in effetti in svariate occasioni la vita gli ha dato ragione di questo suo comportamento, del tipo:
  • gli prendo di nascosto dall'armadio una felpa e la macchio di candeggina - non sono stata io, cosa vuoi che me ne freghi della tua felpa, è anche brutta, chitticredi
  • mi presta un saccoapelo per un weekend e io gliene porto a casa un altro, senza colpo ferire
  • mi presta un piccolo registratore e io glielo rendo senza il tasto play
  • mi dà un libro a cui tiene e mi cade nella vasca da bagno (piena, ovviamente)
  • mi concede l'uso del suo cellulare una sera (nel periodo incantato in cui il cellulare ce l'avevano in 10 nel mondo) e io lo dimentico dal benzinaio
Esempi infiniti di una convivenza lunga 24 anni. Credo che abbia vissuto l'anno di militare come un'età dorata in cui non avrei potuto danneggiarlo neanche volendo.

Gli è rimasta attaccata addosso questa diffidenza nei miei confronti.
L'ho visto chiaramente quando mi ha lasciato una mattina una cosa sua a cui tiene molto, sua figlia.
Dev'essere stato strano tornarsela a riprendere e ritrovarla intatta.

Dai, sono migliorata, oggettivamente. C'è speranza per tutti.

8 aprile 2011

La morte (violenta) del cigno

Zoomata dallo spazio, stelle, nuvole, cielo, la crosta terrestre, i continenti, lo zoom si avvicina sempre più in stile GoogleEarth, Europa, Italia, Nord Italia, Lombardia, quella è Milano, e quello sputo di case lì vicino? è Snobville, centrocittà, una via, un palazzo, il quintopiano, un appartamento, una camera, un letto. Sul letto io che cerco di infilarmi i jeans, che ho comprato di una taglia che non mancherei di definire ottimista ("ma tanto mi entrano") da cui risulta che per infilarli mi devo sdraiare sul letto e sperare che le cuciture reggano, e tutto per dire che entro in quella taglia lì, eh, no no, ma sono molto matura.
Ecco mentre io lottavo con i miei jeans "modelladomani", Roo ha approfittato della portafinestra lasciata socchiusa in cucina per defenestrare un mio dvd. Attenzione, non uno dei suoi, proprio il mio dvd del "Lago dei Cigni" che contavo di mostrare a Lee al più presto cercando di instillarle una folgorazione per la danza classica e via dicendo, e il tutù e lo chignon, e le punte, quelle cose lì.

Ma sì che poi la lascio libera di scegliere ciò che vuole, è ovvio.
Spaleremo tonnellate di letame in qualche maneggio della zona, proprio come vuole lei.

Comunque sono convinta che quella di Roo sia una chiara presa di posizione, trasversale e lucidissima, nei confronti del mondo della danza.
Per dire, l'ultima volta ha distrutto la TV.
Questo qui mi diventa un critico, sicuro.

6 aprile 2011

Il prossimo step sono 20 chili di tritolo

Sono due giorni che mi arrabatto per capire come diavolo si può chiudere la casetta qui accanto, che nel frattempo impera incontrastata in un salotto che non ce la fa più. È rosa, morbidosa, e apparentemente taaaaaaaanto innocua, ma in realtà è un personal trainer travestito da castello delle principesse.
L'ho comprata, l'ho montata come una normale tenda da campeggio, con un minimo di zelo in più rispetto a quando in campeggio ci andavo davvero, e non ho neanche conservato le istruzioni per riporla, tanto cosa vuoi che sia...
E lì è iniziato il dramma.
Perchè ha due strutture metalliche circolari di un metro di diametro, che secondo i perversi sadici malefici - io li odio -  costruttori dovrebbero ripiegarsi su se stesse, formando ciascuna delle due strutture strutture metalliche, tre cerchi concentrici.
Ma non accade niente di tutto questo.
Disperata torno al negozio e chiedo la fotocopia del libretto delle istruzioni.
La tizia impietosita me le regala originali acciocchè io possa capire meglio dalle foto. Questa cosa avrebbe già dovuto insospettirmi, nevvero?
Capire dalle foto, dicevamo: ma capire cosa?
Ci sono tre foto con le mani di una tizia dalla manicure discutibile che fa vedere come la devi ripiegare su se stessa, ma in realtà non funziona affatto, cioè tu sei lì che assumi tutte le posizioni dello yoga avanzato e pure un paio del kamasutra in solitaria, mentre senti di aver proprio bisogno del fastumgel perchè cominciano a farti male muscoli che non sapevi neanche di avere.
Ti spogli per un amplesso ancora più verosimile con la casetta, perchè stai sudando, e quella invece niente, se ne sta lì in tutto il suo roseo metroquadro di ingombro (roba che a Milano te la vendono per monolocale openspace), ti guarda sorniona e ancor più morbidosa e tu senti montare una frustrazione pari solo a quella che provi dopo una settimana di dieta che non hai perso neanche due etti (alzi la mano chi sa di cosa parlo).
Inutile dire che i bambini ridono come matti a vederti in difficoltà, eh...
In difficoltà e in mutande a quel punto.

Io non so come procedere.
Le soluzioni sono le seguenti:
* la appendo al muro come quadro tondo, che la tridimensionalità dell'arte è comunque una gran cosa
* la metto sul balcone, ma poi Rosa&Olindo del piano di sotto me la considerano una veranda e e me la conteggiano come millesimi
* la faccio brillare.


La terza che ho detto.
E mi sa proprio di sì.

24 marzo 2011

Park Avenue, Snobville

Le mamme del parchetto.
Parliamone.
Quelle che arrivano e piazzano le loro chiappette da pollo secco sulla panchina all’ombra mentre i loro figli vanno in giro a bulleggiare con una sicumera tale e quale a quella delle loro genitrici, devo informarmi se la iniettano per endovena in sala parto, e se per caso ho mancato la mia dose.
Quelle che quando parlano prima si devono fare spazio, perchè loro in realtà non parlano, pontificano, mentre con lo sguardo verificano il grado di approvazione delle astanti e, nel caso, aggiustano il tiro.

Tra Loro, ci sono:
- quelle che "ah no, il mio LordFauntleroy andrà alla scuola privata, perchè", testuale, "non voglio mica che cresca con gli extracomunitari" ("premio integrazione" subito)
- quelle che "io Yourcenar la mando alle elementari a 4 anni e mezzo perchè è troppo intelligente" - "einstein domani"
- quelle che "Giangianni ha 9 mesi ma veste 18"
- quelle che "Pierpuffo ha sei mesi e gli ho tolto il pannolino"
- quelle che "Fedor ha 3 anni, scrive e tiene conferenze sul surriscaldamento globale"
- quelle che "Priscilla non veste oviesse, noi solo Miu Miu e Prada, guarda mi trovo tanto bene" (ecco, pensa a me quando cresce)
Praticamente è la sublimazione del celolunghismo delle mamme fuori dall'asilo.

A queste si aggiungono le Altre, categoria diversa, ma non per questo meno inquietante, scolarizzazione scarsa, 740 corposo:
- quelle che "Shannon prendi la macchinina del bambino, è vero che la può prendere la macchinina del bambino?" - e io: Eh?... - "Ecco, vedi Shannon, prendi la macchinina del bambino". Il bambino in questione è Roo, che si è portato una macchinina dopo averla scrupolosamente scelta tra quelle che ha a disposizione e di mollarla non ci pensa neanche. Devo scegliere il male minore: ai fini della sopravvivenza del mio straccio di sistema nervoso, è meglio l'incazzatura di questa madre o di mio figlio? Ecco. Seguono pianti, litigate, e sberle varie, finchè sequestro la macchinina e allontano Roo, con l'altra madre che mi guarda torva
- quelle che "non devi portare i giochi dei tuoi figli, sennò a Chantilly viene voglia di usarli", e a me sul momento viene quasi da scusarmi tanto sono convincenti, poi penso che loro arrivano al parchetto con una pochette minuscola mentre io sembro una profuga, e quindi di che cosa stiamo parlando, scusa?
- quelle che il loro figlio spinge il mio facendolo cadere, e loro intervengono dicendo "signora, i bambini devono imparare a stare insieme", solo che il loro ha undici anni e il mio due.

E poi i bambini che "Ciao mi chiamo Geims, e uso tutto quello che hai portato tu, ma non osare avvicinarti al mio monopattino in titanio sparafulmini che ci puoi andare sulla luna".

Ecco.
Questa è la media dei miei incontri al parchetto.
Poi dici che vuoi chiuderti in casa.

Perchè non puoi vincere, eh, non ce la puoi fare. Costituiscono un organismo superiore, pluricefalo, qualcosa che è di più della mera somma delle sue parti, un'entità "altra" compatta come un blob, all'interno del quale non riesci più a distinguere le une dalle altre, ti arriva soltanto questa impressione tangibile di alterigia e di boria, senti solo che sono molto più forti di te, che si spandono ovunque.
E tu non puoi neanche lontanamente pensare di affrontare quella battaglia, considerato che non hai mai preso in considerazione di farne parte.

Non ce la faccio a farne parte, e ogni tanto mi chiedo se almeno dovrei desiderarlo.
E poi mi chiedo se i miei figli pagheranno in qualche modo il mio esserne al di fuori.
Certi giorni mi viene da piangere.
E in quei giorni, solitamente, Lui mi chiama alle sette di sera e mi dice che torna tardi.
In quel momento io valuto se chiamare uno psichiatra o la Bernardini De Pace.

22 marzo 2011

Unghie sulla lavagna

Ieri Lee è andata all'asilo con le unghie delle mani dipinte di pennarello viola.
Così alla già menzionata sindrome del "ma perchè la vesti al buio" si aggiunge anche quella di un'igiene poco accurata, secondo le zelanti e onniscienti e tutteocchi mammedellasilo. Non è fantastico in quanti e quali svariati modi i bambini riescano a dare un'immagine pessima della loro famiglia?!
Si raccolgono soddisfazioni a piene mani.
Lee ha raccontato a mia madre, che la accompagna all'asilo, che io approvo questa sua punta di colore. E mia madre le ha creduto.
Non sapevo in che direzione tirare gli schiaffi.

Ecco, dicevamo, le unghie dipinte. L'esempio non le arriva da casa, io ho il retaggio di quando suonavo il pianoforte, quindi unghie tagliate corte, lo smalto questo sconosciuto, e in generale il trucco è appena accennato, sempre che mi avanzi tempo.

L'esempio è la sua amica Nicole. Roba che di 'sto passo è un attimo che me la vedo uscire vestita come un'educanda per mettersi pantaloni in pelle e top filocapezzolo su tacco 14 in ascensore.
No, io non voglio demonizzare niente. Non è il trucco in sè.
È piuttosto l'adultizzazione dei bambini, in tutte le forme che può assumere, dalle scarpe col tacco, al gloss trasparente ma presente, allo smalto sulle unghie. Il mercato ne è pieno e gli spot nella fascia protetta sono un martello.

Se comincia a 5 anni, ho paura che entro i dieci dovremo andare insieme dal chirurgo estetico. Per lei (ma già che ci sono, un preventivo anch'io, grazie).
Quindi ovviamente io remo contro, dando spiegazioni più o meno comprensibili e motivate, mentre Roo in sottofondo assume le pose dell'ascoltatore perfetto (braccia incrociate - mmm... aahah.. davveo?).
Però mi chiedo, c'è qualcosa su cui non si debba arrivare a dirimere un conflitto?
Perchè da noi, tutte le mattine si svolge una contrattazione serratissima su cosa può mettere e cosa no, e se al pendant ho rinunciato, non posso abbassare la guardia sul resto.

- Questa.
- Lee, è una canottiera.
- E allora?
- Non ha le maniche.
- E ALLORA?!
- C'è la neve, Lee.
Ma lei è una neo-integralista dell'abbigliamento a strati.
- Fa niente, la metto con questa (maglia a manica lunga), e questo (pile), e questi (jeans).
E infatti mette tutto, solo che la maglietta iniziale finisce sopra parecchia di quella roba.

E questo è quotidiano. Roba che se non mi diventa cocochanel io non so se la perdono.

Quando sono esasperata chiamo Lui, che tanto è in macchina per andare al lavoro.
- Tuafiglianonmiascoltatelapassoinvivavoce.
- Lee, ascolta la mamma.
- Che sforzo creativo, che polso. Non so se il mondo è pronto a tutto questo, di prima mattina.
- ...
- Ah dimenticavo, vuole lo smalto finto di pennarello sulle unghie.
- prrrrt prrrt non sento c'è un'interferenza.
- See, nel tuo cervello. Il fatto che tu non voglia prendere atto che tua figlia stia crescendo, non significa che questo non succeda a prescindere.
- Io non sono pronto.
- E io sì, scusa?
- Tu sei nata pronta.

Diosanto che fatica essere sempre così dannatamente all'altezza 24/7.
E ci chiamano il sesso debole.

11 marzo 2011

Dimenticare Coppola

Io ho un problema irrisolto con i miei capelli. Da sempre.
Avete presente quei bei capelli lisci che sei sempre pettinata, che come vieni fuori dalla doccia dai due colpi di asciugamano, e poi esci così, che tanto si asciugano da soli?
Ecco. Tutta un'altra cosa.
Io non so a cosa sia dovuto (sfiga?) che certe abbiano i capelli dritti (stronze) e altre ricci, io però sto esattamente in mezzo a questi due poli, con l'aggravante del crespo: due gocce di umidità ed è subito Macy Gray.

La lanetta.
Quegli odiosi ricciolini di capelli che ti arruffano le tempie, e ti danno sempre quell'aria di massaia a cui si rompono le buste della spesa in mezzo al mercato.
Ci combatto da una vita.
Stirature con phon, acido, piastra, il risultato è sempre vorrei-ma-non-posso, con quella sensazione di precarietà tipica delle cose innaturali.

Il colore.
Dopo quella volta traumatica in cui io e il mio parrucchiere di allora abbiamo avuto uno scambio di vedute su cosa si intenda per tono su tono (per me un riflesso, per lui arancione su castano), ho optato definitivamente per la testa monocromatica.

I tagli.
Ovviamente li ho provati tutti, il lungo, il corto (il pacioccone?), il medio, l'asimmetrico, il conformista, il petardo, il "le dita nella presa della 220V". Niente da fare.
Con l'aggiunta che trovare al giorno d'oggi un parrucchiere che sappia davvero fare il suo lavoro non è certo semplice. I saloni, elegantissimi, da rivista, tutti bianchi specchi e wengè con punte di smalto rosso sapientemente dosate qui e là, sono pieni di questi ragazzini sempre uguali ovunque, magri, efebici, wannabe brit-pop, con la cresta lunga, un taglio improbabile, e dei ciuffi di colore che non fanno presagire nulla di buono. Quando parlano di te lo fanno come se fossi una cosa loro: "E niente, per questi capelli, sai che fai? Me li lavi, mi metti un balsamo, me li asciughi, e poi due gocce d'olio e via".
Non tagliano con le forbici (antica, io, che penso ancora che si usino quelle), ma con quella specie di rasoietto per sfilare il taglio e togliere volume, oppure con delle forbici che farebbero la felicità di Lee, che hanno la lama a zig zag, con doppia curva e triplo toe-loop.
Ecco bisogna stare attenti ad usare quegli attrezzi sulla mia testa, la cui situazione è aggravata anche da qualche "rosa" qui e là - non ci si fa mancare niente da 'ste parti.
Se mi tagliano i capelli con quelle robe lì, io esco che sto benissimo poi la prima volta che li lavo da sola sembro un fungo atomico. Crespo.
Capelli indomabili, senza possibilità di gestione alcuna. Ci metto sopra un cappello e la sdrammatizzo così, però non può essere una soluzione definitiva, giusto?

Con il passare del tempo ho capito che i capelli lunghi non fanno per me, anche perchè li porto sempre legati, e oltretutto vorrei scongiurare l'effetto "dietro liceo, davanti museo" che purtroppo dopo i trenta è sempre in agguato, e quando vedo delle cinquantenni con i capelli lunghi fino al sedere freschi di piastra (a cui ovviamente si aggiunge il jeans skinny della figlia, e un trucco accennato à la Moira Orfei) ecco, anche no.
Di saloni ne ho provati tanti, da quelli che formano gli hairstylist del futuro, a quelli in cui ci lasci giù due stipendi e una cambiale, il risultato cambia di poco, c'è sempre il malefico rasoietto ad aspettarmi su quella poltrona.

La scorsa primavera decido di dare un taglio radicale. Capelli corti. Cortissimi.
Il taglio è scelto, ma dove vado?

Mia mamma mi propone la sua parrucchiera, prezzi modici, vecchia scuola.
Tanto peggio dei ragazzini non è possibile fare. Ci vado.

Entro nel salone un sabato mattina di sole (ci vuole il sole quando si va a tagliare i capelli, soprattutto i miei), supero la porta e mi ritrovo scaraventata negli anni '60. Un divanetto blu a microfiorellini bianchi fa bella mostra di sè in sala d'attesa, sul tavolino rivistacce di Signorini e campionari di colorazioni per capelli, il verde acqua delle pareti è fanè e non mi rilassa, ovunque poster appesi di qualsiasi taglio ed età, da Alessandra Amoroso a Gina Lollobrigida.
Sotto i caschi, un paio di nonnine dall'età indecifrabile (passano i settanta sicuro), con delle chiome candide a cui hanno fatto dei riflessi lilla e azzurri.
La musica in sottofondo, sparata a volume altissimo per superare il rumore dei phon, è liscio di serie B, ammesso che esista una serie A del liscio, con i testi ricchi di doppi sensi, e quel ritmo cadenzato che ti entra in testa e non te ne liberi più.
Una bella mazurca dal testo Vieni dentro mio caro amor fa da sottofondo al mio passaggio al lavateste. Ovviamente i miei capelli non sono mai stati tanto bene come in quel momento, e la domanda "ma cosa ci faccio qui?" si ripropone prepotente ad intervalli regolari.
HO.
PAURA.
Dopo lo shampoo e la consueta sfilza di richieste (vuole il balsamo? la crema? la mousse? la frizione? l'olio? supercazzola? comefossantani?) che declino elegantemente, eccomi lì seduta davanti allo specchio, tra una foto di Nadia Auermann e una di Sofia Loren. In ogni caso, struccata, coi capelli bagnati, sotto le luci al neon, e con un valzer lento dal titolo Come volano le ore a far l'amore, credo di aver raggiunto uno dei punti più bassi della mia autostima.
Ed ecco che arriva lei, un metro e sessanta scarso, tarchiatella, gonna al ginocchio, ballerine, gli occhiali da gatta, i capelli biondo platino cotonati. Sembra la versione più piccola della zia Assunta.
Le faccio vedere il taglio che ho scelto, lei abbassa gli occhiali per vedere meglio, mi guarda in faccia senza dire una parola, e alza un sopracciglio. Mi accorgo che mi sta studiando esattamente come io sto studiando lei.
Dopo di che, sempre senza fiatare, si avvicina il carrellino con gli attrezzi e io le chiedo se per cortesia può usare le forbici.
- Devo tagliare, cos'altro credi che usi?
Musica per i miei capelli.

Da questo momento mi rilasso, e la assecondo nel suo girovagarmi intorno, il taglio sembra già bello da bagnato, quando si asciuga finalmente ho la testa che desideravo, e stavolta sono certa che resisterà anche sotto i colpi dei miei lavaggi casalinghi.
Pago una cifra ridicola, e esco dal salone tutta contenta, canticchiando tra me e me "è la mazurca di periferia, ti vien la voglia di fare l'amor, eh!"

Il prossimo passaggio è il biondo platino. Domani gliene parlo.

16 febbraio 2011

Ognuno ha il suo Vietnam (cit.)

Va ora in onda: "Andiamo a prendere Lee all'asilo".
Protagonista: la pioggia incessante.
Con la partecipazione straordinaria de: la macchina a fare il tagliando.
E per la prima volta su questi schermi: l'ascensore rotto.

Sceneggiatura: qualcuno davvero bravo, perchè la scelta dei tempi (comici? tragici?) è da un certo punto di vista, poetica.

Vesto Roo, cappotto, guanti, cappello, copertina parapioggia del passeggino, tiro su Roo (quindici chili di salute), il passeggino (altri dieci chili buoni), la borsa e chissacosaltro.
Scendo cinque-piani-cinque di scale con tutto l'ambaradan di cui sopra pensando a che brutta fine farebbero i miei incisivi se solo facessi, sbagliassi, lasciamo perdere. Sono stranamente in orario.
Arrivati al piano terra constato che ho dimenticato gli ombrelli.
Due, uno mio e uno per Lee. E gli stivaletti da pioggia, già che ci siamo.
Ma ci siamo dove?
Posso forse lasciare il pargolo nell'atrio del palazzo? Io e la mia neonata punta di ernia al disco valutiamo la cosa. Nella mia testa sento le voci, anzi una sola voce, quella di Lui che mi intima "no-non-puoi-lasciarlo-da-solo-se-ti-succede-qualcosa-e-svieni-e-stai-male-e-non-puoi-avvisare-nessuno..." in un'elencazione infinita di sfighe che mi dovrebbero capitare tutte in quei due minuti di risalita, ma il senso di colpa è dentro di me, quindi estraggo il pargolo dal passeggino, risalgo cinque-piani-cinque di scale, prendo ombrelli e stivaletti e riscendo, pregando tutti i santi del calendario che Roo non evacui col suo solito tempismo (e infatti stavolta vengo graziata).
Roo, che di recente ha espresso il lucido concetto che lui è un "gagasso" (ragazzo), ha ritrattato il tutto di fronte all'eventualità della salita a piedi. "Non possho, shono piccolo". "Ma non eri un ragazzo?" "Ho due anni, shono piccolo". Perentorio. Che gli vuoi dire?

Dieci minuti di strada a piedi e arrivo all'asilo dove ritiro Lee, le cambio le scarpe, le consegno il suo ombrello e torno a casa per ripetere un'ulteriore risalita, mica che nel frattempo hanno aggiustato l'ascensore, nooo.

Poi dicono, ma la palestra.
Poi dicono, ma ti addormenti presto.
Poi dicono, sembri scappata dal circo (grazie mamma, ti voglio bene anch'io).

La normalità è la mia ginnastica.

13 febbraio 2011

Relax, take it easy

Ottimizzazione dei tempi.
A questo scopo ho appena finito di fare la doccia con Lee, Roo, Spirit-cavallo-selvaggio, Saetta Mc Queen, una Barbie, la winx Stella, un flauto, due pezzi di lego, qualche pentolino, un pollo di plastica, e una vecchia gomma del Mulino Bianco a forma di crostatina. E poi ovviamente, le rane antiscivolo, saponi, shampoo, balsamo, spugne.
Non so, volete passarmi anche un paio di calzini che già che ci sono lavo anche quelli?!
Lee canta nel suo inglese ad orecchio I gotta feeling, Roo rilancia con la sua ultima hit da il Re Leone, Hai-una-patata (la fu Hakuna Matata, ma Roo non sente ragioni).
All'esterno, Lui asciuga zelante tutto quello che gli lancio fuori, prima i bimbi, ovvio.

Non so perchè ma io il benefico effetto rilassante dell'acqua stento a percepirlo.

31 gennaio 2011

Da rivedere al rallenty con la musica di momenti di gloria

Apri gli occhi, alzati, prepara biberon Roo, senza biscotti?, "siii, coi biccotti", bevi caffè, lavati, lavalo, vestiti, cambia pannolino, prova febbre, lava naso, chiama pediatra, pulisci pavimento dove Roo ha vomitato latte "coi biccotti", rilavalo, ricambialo, cambiati il vestito sbavato, abbraccia Lee, coccola di risveglio, prepara colazione Lee, truccati, prepara zainetto asilo, svuota lavastoviglie, riempi lavatrice, telefona a Lui (che non risponde), ordina a Lee di vestirsi, non lo fa, vestila, ricambia pannolino a Roo (maestro nel tempismo dell'evacuazione), ordina a Lee di lavarsi, non lo fa, chiudila in bagno, pettinati, e poi cappotti, sciarpe, cappelli, guanti, i fazzolettini, le chiavi di casa, il cellulare, Lui telefona, che tempismo, sei sulla porta, riattacchi, "schiaccio io dentro l'ascensore", "no, chiaccio io", litigano, li sgridi e li separi, scendi, dimenticato zainetto, risali, apri, prendi zainetto e ricominci tutto da capo "schiaccio io" "no, io", scendi, legali al seggiolino, sali in macchina, riserva! e ti pareva, vai a fare benzina, porta Lee all'asilo e torna a casa con Roo.
È andata ora in onda "la prima mezz'ora del mio lunedì mattina".
Multitasking è dire poco.

26 gennaio 2011

Certi inizi di giornata

Stamattina il mio risveglio è stato a base di dito di Roo in un occhio. Buongiorno anche a te.
Poco dopo ci ha raggiunto anche Lee, che si è avvicinata a me coi suoi capelli arruffati e il suo profumo di sonno, non ho ancora capito se con l’intento di abbracciarmi o di darmi una testata in faccia.
Intenzione. Risultato. Non sempre coincidono.
Ma quei bei risvegli lunghi, quelli da "ancoracinqueminuti", a rigirarsi nel piumone abbracciando il cuscino, fino al momento in cui, con tutta calma, si trova il coraggio di uscirne per poi magari rientrarci subito che fa freddo, e poi sempre con tutta calma iniziare la giornata con un ritmo in "accelerando" graduale - costante - amico, che fine hanno fatto?
Ora non sono ancora scesa dal letto e sono già in guerra. Bambini a delinquere.

Poi però ho imparato a fare un paravento cinese di cui andrebbe fiero anche Olmi, e la mia giornata ha svoltato.
Devo comprare la pistola per la colla a caldo, assolutamente.
Fa parte della mia lista dei mai più senza.

Che non mi si dica che non vedo il lato positivo delle cose, eh.

18 gennaio 2011

Quando si dice tempismo

Dopo giorni di influenze varie oggi sono finalmente uscita, chè mi sembrava una bestemmia stare in casa con il sole fuori, che è gennaio mica giugno, e domani "potrebbe andare peggio, potrebbe piovere" eccetera.
Sono stata all'aria aperta per un'ora buona, tranne 5 minuti in cui sono entrata da un ottico a comprare il liquido per le lenti. 

In tutto questo il piccolo Roo, così, ad occhio, quando ha pensato bene di vomitare tutta la merenda appena ingurgitata?
Esatto.
La mia faccia e quella di sua sorella Lee hanno completato il delizioso quadretto.
"Io non ho mai ucciso nessuno" è il gradevole intercalare di questa mia giornata.