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21 giugno 2013

Smettila

Ma quand'è successo di preciso me lo dici? Quand'è successo che ti sei trasformata in questa versione scema di Pollyanna che deve vedere il bello per forza nelle persone? Che parti sempre per la tangente tu, che tutte le persone sono eccezionali fino a prova contraria, ma guarda che non è così, prendi nota, dovresti imparare, non è così, è più il contrario e prima lo impari meglio è, che le persone sono stronze fino a prova contraria.
Ed è con questo spirito che ci devi andare incontro, alla gente, con lo spirito del "io di te non mi fido", ma soprattutto "io non mi fido di me perché ho incontrato tante persone nella vita e allora si vede che quella cosa di saper inquadrare qualcuno dalle prime due battute me l'hanno montata al contrario, e finisco per prendermi tante di quelle batoste che ormai sono abituata a stare in piedi in un modo tutto dinoccolato, quel modo di stare in piedi che hanno le persone con le ossa tutte rotte".
E infatti guarda che è così, deficiente che non sei altro, ancora ti aspetti qualcosa di bello, e ancora non sai prendere le misure bene dello scarto che c'è sempre - oh, sempre - tra quello che ti aspetti e quello che invece poi arriva. E incassi delusioni e ancora non ti arrendi.
Che pensavi di essere, su una pista da ballo? No, non è una pista da ballo questa, è una centrifuga, e tu puoi anche ballarci dentro, come facevi alle giostre, te lo ricordi il tagadà, quanto ti piaceva riuscire a stare in piedi là in mezzo mentre tutto girava, provaci ancora Sam, provaci ancora a stare in piedi e a ballare su questa cosa che ti sembra una centrifuga ma no, guarda, ci sono le lame, è un frullatore e ti sta facendo a pezzi.

E così tanta disattenzione, così poca cura, e tutti quei sorrisi che hai sprecato, quelle parole che hai inventato per costruire mondi quando ce n'era bisogno, che ora ti sembra che non le sai più inventare le parole per nessuno e come ti pesano le guance che dai, quello non è un sorriso, smettila o riprovaci ma non fare quella faccia, quello non è un sorriso, non ne sei più capace, e va bene vuoi gridarlo? gridalo, fanculo a chi ti ha trattato così, ma soprattutto fanculo a te che gliel'hai permesso.
Perché non è quasi mai una questione di "come ha potuto" ma di "come gliel'ho permesso".
Ma tanto lo sai.
Sei qui davanti con quegli occhioni liquidi ad annuire ma lo sai che questa cosa non la imparerai mai, che ti fiderai ancora, che ti esporrai, ti aprirai, e ti metterai a dare te e tutto in quel modo matto e disperatissimo che solo tu, e allora io cosa posso dirti, chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma no, non te lo dico, ti dico sono qui, ci sono, sbriciolati pure un'altra volta che poi ti raccolgo io, e poco importa se io e tu siamo le due facce della stessa persona, c'è bisogno di qualcuno che tiri le fila, che metta i puntini a inizio riga di un lungo elenco di cose da fare e da non fare più.
Che verrano, in entrambi i casi, disattese.

Però magari la prossima volta lo facciamo con un'altra faccia, con altre spalle, con le clavicole forti, col cipiglio, con la voce bassa, con i non mi fido, con i vaffanculo nella cartucciera, che non li useremo, ma sapere di averli lì ci farà sentire protette.
Tutte e due, tu stupida Pollyanna e io con la penna in mano.
Ora smettila.

24 marzo 2012

Amiche

Le mie amiche.
Quelle storiche, quelle maiuscole, quelle che ci sono sempre state, in sottofondo rispetto a tutte le altre che andavano e venivano. Si potrebbe scrivere un libro sulle mie amiche. Ma in fondo tutti abbiamo un po' questa sensazione di aver fatto un pezzo di strada con persone talmente speciali, da non crederci che per una volta il culo di incontrale, quelle persone speciali lì, sia toccato proprio a noi.

Come si fa a spiegare come sono le persone, le amiche?
Le amiche sono giorni, sono episodi, sono momenti di cuore impazzito, sono mani nelle mani, lacrime, risate, scatole di kleenex e film-piangerò.
Le amiche sono quelle capaci di dirmi le cose dolorose che non volevo sentire al solo scopo di farmi andare avanti, che mi facevano scontrare con evidenze che non sapevo ammettere, che alzavano il sopracciglio all'ennesimo ragazzo improbabile con cui mi accompagnavo, che mi compravano gli spartiti dei Queen che "diventerò una cantante"- ma certo.

Le amiche, quelle con cui riempivo i pomeriggi di libri di sociologia, ciobar e biscotti, quelle con cui iniziavo l'ennesima dieta per poi finire da McDonalds "ricominciamo lunedì, dai", con cui programmavo le vacanze - il weekend - lavitachesognavodabambina, quelle che mi hanno vista ridere di pancia e piangere disperata - a volte per lo stesso motivo, quelle che mi regalavano la penna stilografica con l'inchiostro azzurro che "dovrò firmare le copie del mio libro"- ma certo.

Le amiche sono quelle con cui ho ballato, e abbiamo ballato veramente tanto, ballato per gioia, per festeggiare, perché ballare-siamo-noi, per disperazione, per dimenticare, per "no, tu stasera esci, molla il barattolinosammontana che andiamo al Rolling Stone".
Quelle con cui se parte la canzone giusta è un attimo che abbiamo ancora vent'anni, quelle che venivano ai miei saggi di pianoforte e io ai loro di danza, quelle che mi facevano da alibi e copertura per situazioni che ciao, quelle che mi compravano i colori a olio nella fase "sarò una grande artista astratta" - ma certo.

Le amiche, con cui consumi tutti i sms disponibili di fronte all'ultimo programma di trash televisivo o quelle capaci di mandare messaggi che non stanno né in cielo né in terra per contenuto-tempismo-logica-destinatario, che incassano i miei sfoghi facendomi da punchingball-da carezza-da spintone-da "dove ti è finito il cervello?", che ti fanno ammettere cose che neanche a te stessa per poi finire a parlare di smalti e borse, quelle che "e se mi dessi alla scultura?" "adesso basta, Lara".
Sono quelle con le quali di fronte ad una birretta si fa involontariamente a gara a chi parla di più, quelle che sento al telefono nei lunghi viaggi in auto da sola, quelle che mi facevano l'occhiolino, commosso, lungo la navata che ho percorso in bianco, quelle che c'erano a guardarmi con la pancia abitata ché diventavo mamma.
E poi quelle con cui ho lavorato e mi hanno dato rigirate e carezze in egual misura a seconda dei momenti, quelle capaci di incoraggiarmi per il mio solito sogno nel cassetto (anch'io con il loro), quelle che sono così smaccatamente parziali che alla fine ti trovi a difendere chi fino ad un minuto prima stavi insultando perché la loro furia nell'attaccare chi ti ha ferito è implacabile ai limiti dell'imbarazzante.
Quelle che mi hanno vista diventare grande, sapendo che da qualche parte dentro sono sempre quell'irrequieta del cazzo "che sa sempre cosa non vuole e mai cosa vuole" e quelle che ho conosciuto nel modo meno ortodosso e sono diventate comunque dei capisaldi.

Le ho viste anch'io diventare grandi, crescere, sposarsi, fare figli - non volere figli - non poter avere figli, investire su carriere stellari, su se stesse con progetti funambolici, le ho viste prendere case-mariti-scarpecoltacco12, assumere tutti i colori cangianti che esistono al mondo e alcune le ho viste andare lontano ma diograzie ci sono le nuove tecnologie.
E ci parliamo, ci lamentiamo, e "signora mia", e continuiamo a ridere tanto, di gusto, innanzitutto di noi, dello scarto tra quello che sognavamo di diventare e quello che siamo, perché è un risultato che comunque ci piace per quanto diverso, e quindi sì, ci si può ridere su, lamentarci, parlare e "signora mia".
Non ci vediamo spesso, io e le mie amiche, tutte trafelate con la vita che esplode di cose da fare, e cosa vuoi farci, si rimanda, si procrastina, ci si sente "sì dai vediamoci presto, ma sole, io e te", ma poi alla fine niente, quello basso si ammala, quello alto parte e tante serate programmate finiscono in un niente di fatto.
Eppure io ce le ho presente tutte, loro che c'erano, che ci sono, che ci saranno sempre nelle forme diverse che le nostre vite reciprocamente ci permetteranno, ma comunque vicine-vicine-vicine-vicine...
Le adoro, le mie amiche, sì.

13 marzo 2012

Grecia

[Prologo] Oggi ero sul treno e dietro di me c'era un gruppo di ginette ventenni che si organizzavano l'estate. "Sardegna, ovviamente. E poi andiamo al Billionaire".
Mi è venuto in mente un altro gruppo di ginette. Un po' diverse, in effetti, sì.


L'appuntamento era piuttosto vago. Il primo agosto al porto di Brindisi. Avevamo già tutte i cellulari, ma eravamo sempre senza un soldo in tasca, quindi centellinavamo chiamate e scrivevamo soprattutto messaggi talmente pieni di abbreviazioni che se non eri del giro era praticamente impossibile capirne il senso.
Ognuna di noi aveva delle "cose da fare" prima, chi esami universitari, chi doveva solo darsi un tono ma di fatto doveva solo aspettare le altre, chi doveva chiudere il lavoretto estivo e farsi pagare, chi aveva flirt da raggiungere in qualche città lontana da Milano, io che tanto per cambiare ero appena stata lasciata da un altro ragazzo avevo scelto un approccio ascetico, andando a trovare la mia insegnante di pianoforte che mi ospitava in una favolosa villa vista mare nel parco del Cilento. Per dire: ascetismo a cinque stelle e con la protezione 30.
Non è che ci fosse un patto preciso, ma l'ultima settimana di luglio la passammo senza comunicare mai tra di noi, ché l'appuntamento era vago, sì, ma chiaro. Solo l'ultimo giorno di luglio ognuna sarebbe uscita dalla sua personale settimana sabbatica per raggiungere le altre sei al porto della città pugliese.
Anche il programma delle vacanze era piuttosto vago: le Cicladi.
Per dire, non è che fossimo proprio le regine della programmazione, ma quando si ha tempo a disposizione, qualche soldo, uno zaino bello pieno e due tende, in fondo quanto contava sapere prima dove saremmo finite? Una valeva l'altra, noi eravamo in sette, i problemi tra sette donne in giro insieme potevano essere catastrofici e non avevano nulla a che vedere con la destinazione o il programma di viaggio.

Considerato quanto eravamo disorganizzate, col senno di poi mi sembra incredibile che riuscimmo a rispettare l'appuntamento. E anche a tornare a casa.

E quindi un porto, sette ragazze con pantaloncini corti, sandali, zaini giganti sulle spalle pieni di vestiti che ovviamente non avremmo mai messo, ma bisognava comunque portarli ché nella vita non si sa mai, una nave che aspettava, "intanto andiamo al Pireo e poi da lì decidiamo bene" - davanti il mare e l'avventura e alle spalle le nostre sicurezze, pronte per tredici ore di traversata e poi chissà.
Io abbracciata alla Xamamina, che avevo già questa cosa di stare male anche quando la nave è attraccata in porto, seguivo le altre nei racconti dell'ultima settimana, e gli sviluppi lavorativi-universitari-amorosi, mentre con la mano sinistra controllavo per le ultime volte il telefono per vedere se per caso quello che mi aveva lasciato non avesse cambiato idea (no, ovviamente).
E poi affacciate al parapetto della nave a salutare, melodrammatiche, mentre la più timida di noi già addocchiava, tra uno sguardo abbassato e una guancia che si colora, chi le avrebbe fatto compagnia per quella vacanza (e per molti anni successivi).
Traversata notturna, ognuna nel suo sacco a pelo, passaggio ponte ovviamente - il più adatto alle nostre tasche squattrinate - a dormire a cielo aperto, in mezzo al mare, con la salsedine che sporcava i capelli e la pelle, ma quante stelle, ma guarda-che-luna-guarda-che-mare, ma cosa stanno facendo quei due là in fondo, dai, davanti a tutti, ma hai mica un biscotto?
Arrivammo al Pireo e scegliemmo la tappa successiva del viaggio seguendo dei ragazzi inglesi - che ovviamente in quel periodo se eri inglese e vagamente carino eri l'uomo perfetto a prescindere - che andavano a Paros.
"E chi siamo noi per non andare a Paros, voglio dire, Paros va vista, no? È interessante, c'è quella cosa, dai, ti ricordi, ora non mi viene il nome, ma insomma non si va alle Cicladi senza vedere Paros, no?". E Paros fu. Quello fu più o meno l'approccio maturo e ragionato con cui scegliemmo tutte le tappe successive: Antiparos, Naxos, Santorini, Ios, Amorgos, Mykonos per poi tornare.
Poco più di tre settimane per fare tutto, i primi giorni eravamo così scalpitanti che non stavamo mai ferme, a bordo di scooter a noleggio, per vedere tutto, per avere tutto, per organizzarci al meglio e non perdere né un minuto di sole né tutto quello che le varie isole potevano offrire. Dopo le prime quattro isole decidemmo che a quella successiva ci saremmo fermate di più a riposare.
Ios.
A riposare.
Certo.
Ios era Rimini ma con il mare bello, sempre la musica alta in sottofondo, sempre qualcosa da ballare, sempre qualcuno con cui parlare, sempre troppe poche ore per dormire. E lì nacquero le storielle, i nuovi flirt, le compagnie che solleticavano l'ego e la pancia in egual misura, stavamo cambiando pelle, ci stavamo rinnovando, ognuna aveva lasciato andare qualcosa, fosse anche solo la speranza di tornare e trovare tutto tutto uguale, e stavamo a guardarci tra di noi con quell'affetto di chi sa che sta vivendo un'avventura straordinaria che difficilmente si ripeterà ancora, così libere, così selvatiche, così finalmente serene al netto di tutto e tutti, solo noi, noi amiche-per-un'estate, abbronzate, belle, protettive, giovani e amiche.

E poco importa se mangiavamo male e quando ce ne ricordavamo.
E poco importa se la tenda "no non la picchettiamo - e se montassimo solo la zanzariera - e se non montassimo neanche quella e la usassimo tipo tappeto - e se invece dormissimo qui in spiaggia?"
E poco importa se "hai finito i soldi, facciamo una colletta e stiamo qui un giorno in più, tutte".

E altre isole, altra acqua azzurra, altro sole, altri scooter da guidare, persone da conoscere.

Non ho più visto tante stelle come in quell'estate.
Non ho più dormito accanto a un piccolo falò in riva al mare che si spegne mentre albeggia.
Non ho più lasciato un ragazzo con il ricordo solo del mio nome e della mia pelle, senza numeri di telefono e contatti futuri di alcun tipo.
Non ho più affittato tetti di case bianche e blu per dormire con trenta gradi notturni.
Non ho più mangiato moussaka.
Non ho più viaggiato con loro.
Non ho più viaggiato con altre amiche così.
Non esistono altre amiche così.
Non esistiamo più neanche noi, ma siamo state quel "noi" per un'estate.
E fu un'estate bellissima.

1 marzo 2012

Errare

Io sono una che sbaglia. Sbaglia spesso. Sbaglia forte.  
Cerco di mantenere la china di una vita ragionata e razionale, il che mi esime dal fare le grandi cazzate che mi sono concessa in passato. Ma di fondo io sono geneticamente portata all'errore. È come se mi ci avvicinassi al rallentatore, mi rendo perfettamente conto che sto per sbagliare ma non posso fare a meno di.
Quindi io capisco le persone che sbagliano. C'è un che di drammatico nell'inevitabilità dell'errore, ci si sente eroi al contrario destinati a fallire e fallire e fallire ancora con la colonna sonora stonata di momenti di gloria, suonata con quell'effetto che ha il 45 giri messo sul 33.
E lo so che questo mondo è per i giusti, i perfetti, quelli con la riga da parte, quelli sempre sul pezzo, quelli con la battuta pronta, quelli con i vestiti ben stirati, quelli con pagella massima, quelli che "carissima!", quelli con le mani fini, quelli che sanno sempre cosa dire e cosa fare, quelli cresciuti a pane e galateo, quelli con l'intelligenza superiore, quelli che sono l'emblema della giustizia, quelli con le verità in tasca, quelli che in tasca hanno sentenze pronte per tutti. 
Ma io provo una gran tenerezza per chi sbaglia, invece, perchè io sbaglio spesso e volentieri e so quanto conti in quei momenti avere di fronte qualcuno che capisca cosa voglia dire "non poter evitare di fare cazzate".
Niente, volevo solo dire che io so ascoltare chi sbaglia.  Perchè probabilmente ho fatto la stessa cosa o peggio tempo fa. 
Ci vuole una gran pazienza. La giusta dose di disincanto. Un pizzico di distacco. 
E tanto, tantissimo affetto, di quello di qualità. 
Cose così.

15 ottobre 2011

L'esclusione

Vado a prenderli all'asilo, raccolgo tutto quello che va portato a casa da lavare, tolgo i grembiulini, e sorrido scoprendo i nuovi meravigliosi accostamenti cromatici dell'abbigliamento di Lee. Mentre nel rumore generale cerco di farmi raccontare cos'hanno fatto, se hanno mangiato, se sono stati bene, e "tirati su da terra Roo", arriva N. - la migliore amica di Lee - per comunicarle con quel tono canzonatorio tipico dell'asilo (del resto l'età è quella e anche il posto è quello giusto) che "io vado a giocare a casa di G.".
Un tono di voce e una cantilena che a ruoli invertiti avrebbe usato anche Lee, pari pari.
Ho visto Lee guardarmi come per chiedermi andiamo anche noi.
No che non andiamo anche noi, per oggi si trovano loro.
E lì.
Dramma.

L'ho vista soffrire per il dolore dell'esclusione. Lo conosciamo tutti bene, siamo stati tutti da una parte e dall'altra. Ma se ho imparato nel tempo (non a cinque anni) a gestire il mio, di certo non ero pronta ad affrontare il suo. Perché quando l'ho vista così, sofferente, indifesa, esclusa, piccola, con le altre mamme che si fermavano a chiedermi cosa avesse tanto il dolore era palpabile, io meditavo feroci vendette a base di case bruciate e tagli di capelli notturni alle altre due e, già che ci siamo, relative madri, vorrai mica fare un lavoro incompleto...
Mi sono guardata bene dal comunicarle queste mie idee moderate, non volevo essere il generatore di sentimenti che lei ancora non conosce, non volevo insegnarle a provare qualcosa di spiacevole che lei spontaneamente non. Ho taciuto, l'ho abbracciata, ma dentro ribollivo.

Non ero pronta a vederla soffrire per questioni sociali. Di solito le lacrime sono per la caduta e il ginocchio sbucciato, per il fratello che le ha rotto un gioco, per la stanchezza, o perché non può mettere il prendisole visto che nevica.
Le sono stata vicina, l'ho coccolata, ho lasciato da parte quello che avrei dovuto fare barattandolo con uno di quei pomeriggi sdraiata per terra a giocare a turno con macchinine, cavallini, bambole, pennarelli.
Mi è sembrato si sentisse meglio.
Ne abbiamo parlato e lì ho capito la sua limpidezza, così pura, ingenua, bellissima, ancora incontaminata. Perché io credevo che lei volesse rendere pan per focaccia alle sue due amiche, invitando chiunque altro tranne loro, ma questo è un genere di ragionamento più grande, più mediato, inquinato da altri meccanismi sociali e antisociali.
A lei quello che interessava davvero era solo avere un'occasione. Non vuole avere accanto altre amiche. Vuole proprio quelle due che l'hanno esclusa e se oggi è andata così pazienza, vuole l'opportunità di viverle anche lei da vicino in modo eslcusivo.

Ecco, la teoria l'ho capita.
Quando mi passa la voglia di rasarle a zero le inviterò a casa.

14 settembre 2011

6 maggio 1994 - finale

(le puntate precedenti: qui e qui)

Io penso positivo perchè son vivo.
Palazzetto in delirio, e c'era Saturnino e i suoi triplocarpiati, e c'era Centonze, e c'era un sacco di altra gente, e le luci, l'audio perfetto, e lui che ballava e saltava tutto il tempo. La folla spingeva ma noi non sentivamo più niente, troppo impegnate a cantare e a guardarci e a guardarlo e a vedere se ci guardava.
Non ricordo la tracklist.
Però ricordo che su Ragazzo Fortunato venne giù il palazzetto, così come su Io ti cercherò, Gente della notte, Chissà se stai dormendo ci fu un tripudio di accendini accesi e gente che dondolava e cantava e partecipava. Noi zitte neanche per un attimo. Le magliette ci si appiccicavano addosso per il sudore nostro, ma soprattutto altrui (non è un'immagine meravigliosa?).

Il nostro momento di gloria come ginette ci fu su Serenata Rap. Lui bellissimo, seduto con le sue gambe lunghe a penzoloni di fronte a noi, un mazzo di margherite in mano. Le allungò verso il pubblico, verso di noi quindi, e gli vennero letteralmente strappate di mano. Una riuscimmo ad afferrarla, e subito infilarla nello zaino. Ci saremmo spartite i petali in numero uguale subito dopo la fine del concerto, per plastificarli con lo scotch dietro al biglietto  (dovrei ancora averlo da qualche parte),  ginettismo allo stato puro anche nella produzione del feticcio amarcord.

Fu straordinario.
Vissuto con la violenza di quegli anni, il nostro primo concerto, e soprattutto il nostro unico concerto insieme, non lo avremmo mai dimenticato.
Alla fine, dopo i bis, i tris, il tripudio, gli applausi, noi che eravamo entrate per prime, ovviamente eravamo destinate ad uscire per ultime, ma andava bene: volevamo prolungare quell'emozione, volevamo stare lì ancora un po', perchè andare a casa significava che davvero era tutto finito e noi non eravamo pronte.
Vedemmo le tribune svuotarsi, e noi ancora lì, stavolta a dare le spalle al palco e a guardare intorno a noi la gente improvvisamente anonima, quella che prima era stata una creatura policefala, vibrante, un unico grande battito.
"Ma che fretta hanno?", ci chiedevamo, noi che da lì non riuscivamo a muoverci.
Il palazzetto era quasi vuoto, toccava proprio noi uscire ora. Ma prima, un cerchio, un girotondo di bambine cresciute, un ultimo abbraccio per dirsi grazie-grazie-grazie, che questo concerto sarebbe stato perfetto a prescindere perchè, in fondo, a contare davvero, non è quello che trovi sul palco, ma quello che ti porti da casa.

Però, a distanza di anni, io ancora non capisco una cosa: come mai la maglia blu elettrico della nostra compagna, indossata da G., e subito infilata in un sacchetto dopo il concerto (immaginate una maglia acrilica con addosso il sudore di minimo 10 persone e chiusa in un sacchetto di plastica per dodici ore quale delizioso effluvio riesce a produrre, ecco) ho dovuto lavarla io?

Misteri del ginettismo. Ma comunque.

7 settembre 2011

6 maggio 1994 - seconda parte

(riassunto della puntata precedente, qui)

All'uscita da scuola ci aspettava la sorella grande di G., aria scettica, sopracciglio alzato.
- Contente voi di andare a vedere quel pirla, contenti tutti.
- Ne riparliamo tra qualche anno, eh.
- Tra qualche anno sarà scomparso, e nessuno si ricorderà più di lui se non per le prime stronzate.
- Vedremo. 

Diversamente fan. 
Non ci interessava che il mondo capisse il nostro punto di vista, anzi in realtà quello che avremmo voluto veramente, e quello che in fondo credevamo, era che nessuno lo capisse all'infuori di noi. Volevamo un suo concerto per noi quattro, cantare con lui, e poi magari farsi scappare un limone, macheccentra.

Ore 14:05, fuori dai cancelli. Il concerto iniziava alle 21. A quell'ora eravamo davvero in poche (tutte femmine, strano...), e noi attaccate alla ringhiera dell'entrata centrale, a fare picchetto, a prendere il sole, a mangiare i panini, senza bere perchè poi se devi far pipì ti tocca mollare il posto e noi mai, a ripassare i testi delle canzoni, mica che ci tocca poi stare zitte per un secondo.
Sei ore al sole in un pomeriggio di maggio. Roba da uscirne stordite completamente, e invece tenevamo botta con una tempra e con una convinzione che mai. Intorno cominciava ad arrivare molta gente. E noi lì. ferme, fisse, praticamente incatenate al cancello.

Alle 19, all'interno del cortile del palazzetto cominciarono a sistemare le transenne. Apertura dei cancelli. La tensione si tagliava col coltello, non dovevamo rischiare di perdere il nostro posto d'onore, avremmo fatto a botte per essere in prima fila anche alle transenne, lo step successivo. E infatti. Spintoni, urla, lo zainooo!!, ahia, che male! ci siete? ci siamo! eccoci lì in prima fila, noi quattro, incollate alla transenna centrale. La folla dietro spingeva, a ondate ripetute. Noi non potevamo avanzare ma solo schiacciarci di più contro le inferriate (il giorno dopo avremmo constatato di avere degli enormi lividi viola a forma di cancellata dallo sterno all'ombelico, una meraviglia).

Il più era fatto. Ora si trattava solo di essere velocissime (ecco, parliamone, noi velocissime...) dal momento dello strappo del biglietto all'arrivo sotto palco. Eccoli lì, i bigliettai. Tensione. Come ai 100 metri olimpici, solo un filo meno scattanti e muscolose, ma comunque.
A. sfoderò le sue armi, occhioni languidi, una spazzolata ai capelli biondissimi, e come per magia il bigliettaio venne subito da noi. Le prime quattro ginette a entrare nel palazzetto, che non è come entrare nella storia ma per noi andava bene comunque.
Dentro.
Altre transenne. Altra folla che spingeva. Lividi rinverditi da questi ulteriori schiacciamenti. I gorilloni della security davanti a noi ci gettavano acqua addosso, G. andò fuori di testa "i capeeeeeelliiiiiiii!!!" (un'altra con l'inquietudine tricotica costante, non in generale, ma perchè c'era A. a fare da riferimento), la maglietta bianca di S. diventò trasparente e le sue tettone si presentarono in tutta la loro marmorea fisicità (noi, che le tette le avevamo giusto lasciate a casa, verdi di invidia).
A. ovviamente, in tutto questo marasma, imperturbabile, impegnata a rimandare al mittente l'ennesima avance del pomeriggio, con un sorriso e una gentilezza che ti veniva quasi voglia di ringraziarla per il due di picche che ti stava rifilando.

Un'ora all'inizio del concerto.
Ormai la transenna era parte integrante delle nostre costole, il palazzetto gremito, qualche coro si alzava spontaneo per decadere subito. Qualcuno attaccava a battere le mani, e non si capiva mai come, ma dall'inizio c'era sempre quello che non riusciva ad imbroccare il ritmo, e sì che si direbbe una cosa elementare.
Noi, tutto un allungare di colli, per vedere i movimenti dietro le quinte.
Poi.
All'improvviso.
Luci spente. Buio.


(continua)

2 settembre 2011

Yes, indeed

''Non sono pronta all'ultimo anno di liceo. Non tanto perchè è un anno di scuola, ma perchè è l'ultimo".
Su una pagina di inizio settembre della mia Smemo di quell'anno, la mia amica A. scrisse questa frase. E in effetti, dopo di allora niente fu più come prima.
Ma eravamo giovani, con in testa un sacco di progetti e capelli al vento.
Quell'anno avremmo preso la patente, che voleva dire la possibilità di andare oltre i confini di quella provincia che ci stava così stretta.
Quell'anno andammo insieme a Roma dalla zia Esse, e riempimmo quei quattro giorni di dischi in vinile strani e conturbanti, pieni di fruscio e di quel suono corposo che i cd se lo scordano proprio.
Per motivi oscuri ci innamorammo di questa canzone, che da quel momento in poi sarebbe sempre stata associata a quel viaggio, a quella parentesi di "noi" che non si sarebbe mai più ripetuta, al ricordo di quei balletti da matte che accompagnavano la scelta fondamentale di cosa mettere per essere all'altezza della capitale, a registrare sul nastro di un piccolo registratore portatile le risate, le teorie, le canzoni, le parole che erano le nostre parole di quei giorni.
E poi al ritorno, a parlare con quel linguaggio nato a Roma, esclusive ed escludenti, nessuno avrebbe potuto capire, affacciarsi a comprendere quel mondo che avevamo creato a 600 km da casa.

E poi le lezioni di guida fatte insieme, cioè io patentata insegnavo a lei che non ancora (per dire...), nei grandi parcheggi dei supermercati chiusi, a sognare giorni in cui con quella macchina saremmo andate lontano, e avremmo visto posti, e conosciuto persone interessantissime, e tutti ovviamente si sarebbero innamorati di noi (chiaro), proprio ora che entrambe avevamo lasciato andare quella storia che era importante sì, ma se questo è ciò che chiamano amore che delusione - dev'esserci dell'altro, e quell'altro l'avremmo trovato quasi contemporaneamente da lì a poco, a parlare ore al telefono dopo che ci eravamo appena salutate, di come quella cosa ci lasciasse incredibilmente senza parole, fiato, pensieri chiari, e ma tu, e ma io, è una cosa immensa e mi fa paura.

E poi l'esame di maturità e la mia inconcludenza che già faceva capolino e mi indicava mille strade tra cui scegliere in nessuna delle quali avrei mai raggiunto l'eccellenza ma solo un grado di adeguatezza approssimativa - la mia specialità, quindi andavano tutte bene e nessuna in particolare.

L'università, poi. 
Strade diverse, scelte diverse, persone diverse, diverse forme di pensiero e di confronto.
Dove siamo finite noi che eravamo quel "noi"? Perse. Smarrite. Sospese. Lontane.
Eppure sempre noi, all'apparenza. Ma quando si è stati "sostanza", dell'apparenza te ne fai poco.

È che non si riesce mai a pensare che - quasi sicuramente - la persona di cui sentiamo così tanto la mancanza prova la stessa cosa nei nostri confronti. Che anche noi manchiamo nella misura in cui sentiamo il vuoto. Che il pugno allo stomaco quando pensiamo a quel passato condiviso non colpisce solo noi.

Infatti.
10 giugno 2004.
Giorno della morte di Ray Charles.
A. mi mandò un sms : "Yes, indeed. Roma. Noi. Ti penso".

A volte bastano cose piccolissime per riaprire mondi immensi.

30 agosto 2011

6 maggio 1994 - prima parte

I biglietti li avevamo da tre mesi abbondanti. Restavano solo da definire i dettagli, tra i quali svettava quello principale: "cosa ci mettiamo?". Eravamo in quella fase adolescenziale, dalla quale non si esce mai del tutto, in cui l'armadio del vicino è sempre più adeguato. Quindi per settimane andò avanti una contrattazione serratissima di "tu mi dai, io ti presto, poi chiediamo ad Alessia, e poi la Manu ha quella maglia" per approdare all'abbigliamento perfetto da "primo concerto della nostra vita".
Nessuno dei nostri genitori sapeva di questi scambi di vestiti. Era vietato. "Hai un armadio pieno di roba tua, perchè devi chiedere i vestiti alla tua amica?" "Mpf. Che cosa vuoi capire, tu..."

Il 6 maggio 1994 era un venerdì. Venerdì a scuola facevamo sei ore. Nello zaino i panini per il pranzo, che "non passiamo neanche da casa, andiamo fuori dai cancelli subito". L'abbigliamento scrupolosamente definito, e relativi accessori (collane, braccialetti, trucco), riposava pulito nella borsa di ginnastica. 
Ultima ora: tedesco. 
A turno, quattro ginette chiedevano il permesso di andare in bagno ognuna con la sua bella borsa del cambio, e ritornavano in classe tra l'indifferenza della prof e gli altri compagni che le guardavano straniti. "Ma non avevi un'altra maglia?" "Ti sei truccata?" "Naaaa, fattifattituoi, zitto". 
Tra di loro era tutto un autocompiacersi a suon di occhiolini, sorrisi e pollici alzati. L'autocompiacimento è la base di ogni forma di ginettismo, chè noisiamotroppounicheeirripetibili.

Neanche a dirlo,  le mise scelte erano semplicemente assurde, e andavano da una maglia da giocatore di baseball (che portava A., ovviamente con uno stile che noi mai nella vita), a una canotta dei L.A. Lakers (io) del fratello di un'altra amica, a una maglia acrilica blu elettrico con un gigantesco sole davanti (G.) appartenente a non mi ricordo quale compagna di classe che del concerto non sapeva nulla, ad un improbabile total-white (S.) che sarebbe rimasto total e white per molto poco.


(continua)

26 luglio 2011

Amiche-amiche-amiche

È arrivata una notizia che aspettavo da tempo. È una di quelle notizie straordinarie, che ti lasciano un po' a bocca aperta, un po' commossa, un po' che non sai cosa dire, e vuoi solo abbracciare.
La mia amica A., quella A. che è stata tutta la mia adolescenza, quella A. a cui devo molto di ciò che sono diventata, quella A. che amiche-amiche-amiche, è incinta.
Che lo so che di fatto non cambia niente.
Non ci vedremo più di ieri, e non condividerà con me questo suo percorso, perchè questo non è un percorso che si deve condividere per forza con un'amica solo in virtù del fatto che ci è già passata (io non l'ho fatto).
Anche se eravamo amiche-amiche-amiche.
Io non me lo aspetto.
E so che andrà così.

Ché il tempo ci ha reso più riservate, e se prima i nostri pensieri erano immediatamente accessibili, ora no. Non so se questo sia una conseguenza del diventare grandi. O del fatto che quante più cose hai da proteggere, tanto più ti chiudi e diventi introversa. Io non lo so.

Ma questa è una notizia immensa per me.
Non solo per la gioia, inesprimibile, che si porta dietro.
Ma anche perchè, forse, mi capirà.
Capirà.
Capirà tutti i miei no, i miei "magari un'altra volta", le mie assenze, la mia introversione, la mia chiusura, il non riuscire a spiegare e far capire, e soprattutto il mio non voler spiegare e far capire.

E non ci sarà bisogno di parlare di quando non ci capivamo. Di quando le nostre parole erano gusci vuoti, una cosa normale per molti ma non per noi due.
Forse sarà un nuovo punto di partenza.
Una nuova fase, adulta, diversa, di amiche-amiche-amiche.
Con i tempi che sono cambiati.
Con noi che siamo cambiate.
Con il tempo che non è mai abbastanza vuoto, o abbastanza pieno.
Con quella voglia di piangere. E poi di ridere. E poi di piangere ancora.
Con un contegno che non ce la fa.
Con la voglia di gridare e incazzarsi e sbattere porte.
Con l'edonismo che va messo da parte perchè non sei più figlia, ma madre. E questo qui è il passaggio più forte.

Sarà una mamma imperfetta e straordinaria. E bellissima, bellissima davvero.

E forse un giorno anche lei racconterà al suo bambino di quando a scuola ci disegnavamo con le teste attaccate, e scrivevamo migliaia di pagine di Smemo, e cantavamo la nostra amicizia, e stavamo a parlare fitte fitte, occhi negli occhi, di noi, della vita, del futuro. E di quei bambini che non riuscivamo a immaginare, ma che in quelle costruzioni aspirazionali non mancavano mai.
E sarà bello.

24 luglio 2011

Tutte figlie della dottoressa Tirone

- Il Bounty? Ah, ma guarda che il Bounty è frutta. (La Ste)
- Il gelato con panna e cannella serve a drenare i grassi. (Sara)
- Se quando hai fame aspetti dieci minuti, in quei dieci minuti dimagrisci così dopo puoi mangiare quello che vuoi. (Tania)

- E quindi, dieta?
- Naaa, metto i tacchi. (Sanam)

- Sulla bilancia devi fare così: se è digitale ti appoggi un po' indietro, non proprio davanti dove ci sono i numeri; se invece ha la lancetta, basta che schiacci forte il piede sinistro, e vedi come scende il peso. (Fra)
- Per non mangiare tanto, prendi una cosa che non digerisci, che ne so, il peperone crudo, e te lo mangi tutto, così ci metti due giorni a tornare a posto, e in quei due giorni mangi poco o niente. (Tania)

- Prendiamo la brioche al pistacchio vero?
- Certo, il pistacchio è frutta.
- Zucchero nel caffè?
- Dietor. E la coscienza è salva. (La Ste)

- Se mangi col senso di colpa, ingrassi il doppio. (A.)
- L'ananas è l'anti-materia. (So)

Considerate le amiche con cui mi accompagno nella vita, la mia alimentazione "a petardo" è fin troppo equilibrata.

31 maggio 2011

Sposa




Sarai bellissima.

Fai un bel respiro e goditela perché la giornata vola e non torna più e non sarai più bella come quel giorno, davvero mai più, é un giorno speciale il tuo, il vostro, sarete stupendi, starete bene, devi godertela, devi sentire l'affetto tangibile intorno a te, devi sentire le persone che ti vogliono bene, devi avere la forza di pensare a quello che stai provando in ogni momento, devi sentire cosa provi mentre percorri quel corridoio con il tappeto rosso sotto le scarpe bianche e nuove, e 240 occhi puntati addosso, e ci sei tu e c'é lui là in fondo, e l'organo e Mendellsohn e i brividi sulla pelle, e tuo padre al braccio, e le gambe che tremano, ma lo sai che sei bella e sai che ci vuoi essere, devi sentire quando arrivi lì, gli occhi addosso del tuo amore, che ti dice che sei bellissima, con quella voce lì che non te lo dirà più così, proprio così uguale uguale non te lo dirà più, e poi tutti sorrideranno e piangeranno e saranno commossi, e tu stringerai forte nelle mani il bouquet come ad aggrapparti a quello per non cadere, perché la testa gira, ma devi sentire anche quello che la testa gira, perché poi si comincia, comincia la cerimonia ed é la vostra, e ci sono i vostri nomi sui libretti, sei seduta all'altare accanto al tuo uomo, e finalmente sta succedendo il sogno, e poi tu parli e poi parla lui, e lui pronuncia la formula, e poi prende l'anello e tu devi sentire quando scorre sull'anulare sinistro dopo essere passato dalle sue labbra, perché quell'anello é uno, e quelli non sembrano quattro grammi di oro, perché in quei quattro grammi c'é dentro il sogno di una vita, e la tua mano, quella mano non é mai stata così bella, tremolante ed emozionata, lo devi sentire, devi sentire tutto, devi sentire anche te stessa mentre parli, come se ti sentissi da fuori ma senza perderti di vista, devi sentire anche cosa ti succede dentro, é come essere sottacqua che senti solo la tua voce e tutto amplificato, e poi lui ti guarda tu lo guardi, c'é un sorriso, un bacio, no, c'é quel bacio, quello di quel momento lì, e l'applauso, che siete marito e moglie, marito e moglie, che poi i giorni dopo ti farà strano dire "é mio marito" e ti verrà da ridere, o da sorridere, oppure ti sbaglierai e dirai ancora il mio "fidanzato", perché é stato un sogno o così é sembrato, e invece é successo tutto e sei uscita dalla chiesa e c'era il riso e i petali di fiori, e lui che ti protegge, e la gente che sorride e tutti intorno, contenti come te, a dirti che sei bella, e lì non senti più niente, non capisci più niente, senti questo affetto intorno, e sei troppo felice, ma sei anche felice perché hai sentito tutto.

Trabocchi di emozioni ma hai sentito tutto. Tutto.

Questo è il mio augurio: di sentire tutto nel primo giorno della tua nuova vita. E in tutti quelli, meravigliosi, che seguiranno.

(grazie, Zù)

26 maggio 2011

Pillola di saggezza

 [Maglietta subito]

"Se trattieni la pancia non è "amico": è flirt".

22 maggio 2011

Cronistoria musicale di un distacco

Lasciamo i bimbi come detto e ripartiamo soli. Tempo di fare cento metri e io attacco già con la mia frignatina. Una cosa discreta, sommessa, che non mancherei di definire elegante.

Ma poi l'autoradio attacca con questa: come mi rimesta le budella Tiziano Ferro in questo periodo, io non me lo so spiegare. Ma comunque.
Mi si rompono gli argini e il mio pianto elegante va a farsi benedire. Ho 5 anni e non mi comprano la bambola che pattina. Ho N anni e Andrea mi ha lasciato, ne ho N+1 e poi N+2 e nomemaschile mi ha lasciato, ne ho 23 e credo di non aver passato economia politica.

Il fatto è che io non piango mai, a casa.
Credo che miei bimbi siano certi di due cose, che la mamma sia un'eccellente ballerina e che non piange mai. Per dire, le convinzioni.
E quindi una volta, una, che sono libera di farlo non è che sto lì tanto a contestualizzare e ad andarci giù per il sottile. E già che frigno ci butto dentro tutto, la lontananza dei bimbi, il tempo che passa, l'ultimo libro che mi ha tirato un pugno nello stomaco, il momentaneo sbilanciamento tra ricordi e progetti a favore dei primi, e perchè non sono un gatto, e mi manca la zia di Roma, e perchè ho smesso di suonare il piano?, e la distanza di alcune persone e una serie di altre cose dai contorni confusi, macheccentra, io non mi tengo più.

In un modo piuttosto teatrale e autocompiaciuto su questa credo di aver toccato il fondo delle mie riserve idriche.

- Credi di smettere intorno a Parma o continui fino a Piacenza?
- (sfigurata, tiro su col naso) Fino a Piacenzaaaaaa...
- È sindrome premestruale, vero?
- Nonnò.

Un po' alla volta mi calmo. Arrivano messaggi di amiche, telefonate di persone che chiedono un'ora in questa settimana children free. E tutto prende un colore diverso.

A Fidenza attacca questa, proprio mentre ricevo il messaggio di Sara che mi chiede se io mi sia mai realmente ripresa dalla chiusura del Rolling Stone (i sms da e per le mie amiche, un giorno ne parliamo). Bè, no, ovviamente, perchè qualcuno si è ripreso? Organizziamo al volo un aperitivo per lunedì, evvai.

A Melegnano c'è questa, poi questa e questa, con le relative madeleines di risate.
E allora mi dico che, dai, andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene.

- Hai trovato l'interruttore?
- Mpf. Tu non capisci, non sei sensibile come me.
- Mm... Certo.

Ho la settimana piena di affetti e parole.
Domani è lunedì e io non vedo l'ora.

5 maggio 2011

1998

Faceva davvero caldo quell'anno. Forse in realtà non più degli altri anni, ma era la fine di luglio, avevamo finito gli esami da qualche giorno e aspettavamo in attesa che un programma decente di estate ci venisse a bussare alla porta.
Poi una sera decidemmo che basta.

- Linda fa caldo, partiamo?
- Stasera alle nove in Centrale, a chi lo dico?
- A Claudia. Stop.

Tre ore dopo, tre ragazze con tre enormi zaini sulla schiena, ognuna con il suo amore sbagliato da cui andare via, se ne stavano con il naso all'insù a guardare il cartellone delle partenze, che era ancora del vecchio tipo con le lettere che giravano, e ogni tanto qualcuna si incastrava, allora Geneve diventava Genove, e ti chiedevi se fosse sbagliata la "o" o la "e" finale, quindi meglio non prenderlo, non si sa mai, che cerchi Bogliasco e finisci in un plastico svizzero.

- Calabria?
- Madò, saranno due giorni di viaggio, non ho voglia. Puglia?
- Magari nei prossimi giorni, non possiamo partire con una tappa più vicina?
- Non la Liguria.
- Livorno?
- E da lì traghetto?
- Traghetto per dove?
- Elba.
- Giglio.
- Capraia.
- Capraia tutta la vita.

E Capraia fu.
Isola meravigliosa e selvaggia, isola che ti potevi godere appieno solo con una barca, e noi ovviamente no. Isola bellissima e scomodissima, senza sabbia, per prendere il sole dovevi picconarti a qualche parete a strapiombo sul mare, mi ricordo soprattutto i lividi, per l'attrito delle rocce contro le ossa.
Isola di grandi silenzi tra noi, in uno strano clima sospeso, ognuna a espiare la sua distanza dall'amore sbagliato, tre giorni in cui a malapena ci salutavamo al mattino, ognuna coi suoi meccanismi di difesa e di attacco, ognuna con le sue ricadute (una "Lo chiamo?" le altre "NO!", ciclicamente, tutte e tre).
Poi una sera la litigata cosmica per una questione da niente, pomodori e mais - i massimi sistemi, ma ormai maceravamo da tempo nella nostra salamoia di ragazze deluse, e alla prima occasione la guerra, le urla, le ritrattazioni, ma tu, ma noi, e invece tu, tutte con gli indici alzati ad accusare le altre, e i "non ci dovevo venire", e poi come tre stronzette patetiche tutte a piangere che "io vi voglio bene, ma quell'amore è proprio sbagliato e fa male", pianto per le successive due ore e la mattina dopo tutto svanito, ma svanito davvero, del genere che ti chiedi se ti sei sognata o cosa di stare con quella persona là, e come hai potuto, e ok, però ora andiamocene, dai.

Quindi traghetto, e treno Livorno-Bologna-Ancona, a raggiungere altri amici, ormai pronte, aperte e ricettive.
Lì fu la vera vacanza.

Grigliate, musica, falò sulla spiaggia (illegali, ovviamente), chitarre, birra, canzoni, complicità, e sigarette, dannazione sigarette, i piedi nudi nella sabbia ormai raffreddata, ad accucciarsi in riva al mare e lanciare sassolini tra le onde, ognuno un desiderio, una promessa, un proposito, e poi pelle e poi baci. Le vacanze di quelle che vedi in ogni dannatissimo film estivo, che ti dici "ma quando succede nella vita reale un'estate così?", un incontro così, una storia così, ecco, può succedere, succede, si tratta solo di crearne le condizioni.

Non l'ho dimenticata, quella vacanza.
Non ho dimenticato neanche Capraia che comunque per me, fino alla prossima volta, sarà sempre associata a quei tre giorni strani di silenzi, di elaborazione, e di espiazione.
Non ho dimenticato neanche loro due, anche se le ho perse.
Le ho perse nonostante la vacanza successiva alle Cicladi e poi Puglia, le ho perse nonostante il Capodanno 2000 a Roma, e tutte le serate, le confessioni, e le lettere scritte a mano, e quaderni interi riempiti di noi, e le parole dette, e le dure verità affrontate per mano, che" fa male ma se sei qui va meglio", come ho potuto perderle se mi sembrava di non poter stare senza?

Devo essere davvero brava nella ristrutturazione cognitiva...
Come mi perdo la gente io, nessuno.

Però non la dimentico.
Mai.

25 marzo 2011

Di corsa

- ... capito Stefy, qui non è più questione di peso, ma di tono muscolare.
- Io non ce l'ho tra gli optional, sono un modello base.
- Io invece devo averlo lasciato in treno.
- Puoi sempre riacquistarlo all'asta delle FS.
- Quindi? Andiamo a correre?
- Sì ok però andiamo al parco di Wannabe.
- Perchè?
- Perchè c'è più verde, è più grande, e soprattutto non ci conosce nessuno.
- Eh certo, perchè il mondo sta solo aspettando che io e te muoviamo il culo...
- Non si sa mai.
- E, secondo te, quanto vogliamo correre, così per iniziare?
- Mah...
(lunga pausa).
Io direi cinque minuti.

Autoindulgenza a profusione.
Lo vedete come si fa per essere sempre felici e soddisfatte?
Si riducono gli obiettivi fino a renderli raggiungibili.
È facilissimo.

7 marzo 2011

We were one, we were free

E poi c'è l'amicizia femminile. Ce ne sono diverse varianti, senza dubbio, a seconda dell'età, io ho avuto uno stuolo di migliori amiche pro tempore, e tutte le volte avrei scommesso che quella sarebbe stata eterna, ma alla fine la più radicata, nel tempo, è quella nata sui banchi di scuola. Che forse è il solo periodo in cui hai davvero bisogno di distinguere le amiche dalla Migliore Amica, dando a quest'ultima un titolo speciale, una sorta di medaglia d'oro che ne chiarisca la posizione su tutte le altre.
Sono molto violenta nelle mie manifestazioni, tendo ad assolutizzare qualsiasi cosa, sentimenti, gusti gelato, frasidilibri, universomondo.
La mia amica dell'adolescenza era A.
Credo di dovere a lei molti aspetti del mio carattere, e non per tutti devo ringraziarla, ma lei era con me ad affrontare quel periodo di montagne russe che è l'adolescenza, che ci vuole qualcuno seduto accanto a te quando sei là in alto e poi dopo là in basso a dirti che, sì, capita, poi passa.
A. ha sempre avuto un approccio chiaro alla vita.
La sua prima regola credo fosse "meglio essere invidiati che compatiti", quindi quelle cose da sfigate, e lacrime, e suicidi e marcomasini le lasciamo alle altre, perchè noi, noi due, siamo davvero troppo fighe.
E quindi niente, io che ero un po' portata per l'introspezione complessata, mi sono trovata con questa amica, mano nella mano, testa contro testa, ad attraversare gli anni del liceo, con un cameratismo, una vicinanza, una simbiosi che non era possibile vivere se non allora. E con quel voler dimostrare che a noi andava sempre tutto bene, forse ci siamo anche lasciate prendere la mano qualche volta.

Ci disegnavamo su tutti i quaderni con le teste attaccate, era la nostra firma, e lo eravamo davvero.
Dove c'era A. c'ero io e viceversa, lei ci metteva l'ottimismo, io l'energia.
E la nostra camminata, che sembravamo fatte apposta per camminarci accanto, e i pomeriggi in camera a scrivere, mettere musica, leggere frasi, e immaginare un futuro in cui io sarei diventata una famosa pianista e avrei vissuto in una ex-scuola di danza classica, e lei sarebbe diventata una stilista, certo sarebbe certamente andata così.
E gli amori, e le nuove scoperte, tutte le volte a parlare con l'altra se fosse giusta, sbagliata, tu che dici, io che penso, una certa cosa o un'altra.

Poi ovviamente c'erano anche i problemi. A. mediamente alta, capelli biondi naturali, lisci e lunghi fino al sedere, occhioni verdi da cerbiatto, un sorriso che ti portava via...
Bè insomma non è proprio facile portarsi a spasso un'amica così esteticamente ingombrante, quando non si è ancora nè carne nè pesce... come ci si può sentire quando il tuo ennesimo primo amore (lo erano tutti, quelli di quel periodo, o almeno così pensavo, finchè non è arrivato quello vero) si innamora di lei e non di te, e lei è tua amica, e le vuoi bene, ma che male che fa.
E niente, prendi e porti a casa, incassi, accusi, cresci. Avanti.

La sicurezza di A., che nasceva dal suo aspetto esteriore, veniva fuori in tutto: lei non seguiva le mode, ma le faceva, tutto nel suo abbigliamento era sapientemente organizzato per colpire, e ci riusciva sempre, tempo tre giorni ed erano tutte vestite come lei, la sua cameretta di ragazzina era un'esplosione di colori, ritagli, frasi, collage, sembrava che il suo corpo tutto ossa non le desse abbastanza spazio per tutto quello che aveva da dire, per tutti quei colori da mescolare, e allora colorava il mondo, e correva e si muoveva inseguita dal suo fiume di capelli oro.
Un giorno dipingeva una sedia, un giorno "non trovi che la tuta rossa sia bellissima", un giorno trovava un libro di frasi meravigliose, un giorno cantavamo gli U2.
Insieme sempre, cinque anni di fila, dai 14 ai 19, da bambine a ragazze.
Poi fine del liceo, università diverse, e quell'inaridimento che deriva dal diventare grandi, che mica si può vivere tutto come a sedici anni, ci sarebbe da impazzire se fosse così. O no?
Strade non solo diverse, ma diametralmente opposte.
Vite diverse, e senza più quella voglia di capire l'altra fino in fondo.
Non più le teste unite, ma due persone su due fogli diversi.
Inevitabile, ho capito, però...

Lei è la mia amica, la mia testimone, io le sarò sempre grata di quegli anni là, ma a volte mi sembra che il nostro sia più un affetto che scaturisce ancora come conseguenza di quel periodo e che non viene alimentato in altro modo, in un modo nuovo.
Un'amicizia che c'era e di cui resta solo l'involucro.

Non è dannatamente triste per due come noi?

8 febbraio 2011

Quella cosa orientale che si fa a Central Park (ah, i condizionamenti cinematografici/2)

Messaggio personale per la mia amica So.

Spero che tu non abbia iniziato a fare kung fu, perchè non c'entra niente. E neanche il feng shui, che devi togliere lo specchio dall'ingresso, fare un triplo carpiato, trovare la radice cubica di 4123, spostare la posizione del bagno di modo che il vento di maestrale lo attraversi e mettere la cucina sul balcone.
Quella roba là si chiama Tai Chi.

Fa tanto Central Park, ma mai come la corsa.
Ricordami, perchè noi non andiamo a correre?

Ah già quella cosa dell'accidia e del culopesante, dimenticavo.

27 gennaio 2011

Donne, tu-du-du...

Conoscente F. -... E poi sono a dieta. Da due settimane, ormai.
Io (falsissima) - Ah, come mai? Non ne hai bisogno.

Amica T. (prima guarda me con compatimento e la faccia da “ma-ti-prego”, e poi, scettica) - E che dieta staresti facendo?

Conoscente F.- Ma niente, sto un po' attenta e la sera ceno con il beveronelight "wannabethin".

Amica T., esultante, rivolta a me - Ah Ah! Lo sapevo! Cosa ti avevo detto?! Lo vedi che quelle robe lì non funzionano?



Il tatto non è tra i criteri con cui seleziono le amicizie, no.