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15 dicembre 2013

La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone




La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone era una brutta canzone, con l'intro al pianoforte in un mondo di chitarre distorte che era l'unica cosa che musicalmente volessi salvare, ma non importava, quella canzone era un luogo, un'atmosfera, due occhi neri neri in cui entrare e buttare via la chiave e quel battito sullo sterno che non l'avevo mai sentito così forte.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone non era una canzone, erano tasti bianchi e neri che si abbassavano generando suono e ad abbassarli ero io, a casa dei miei, davanti a lui che mi stava a sentire seduto accanto a me sullo sgabello rettangolare del pianoforte, e quello spartito che lui non sapeva leggere ma sapeva sentire, e le sue mani che mi accarezzavano le braccia e il collo per la prima volta mentre io cercavo di tenere il tempo con quel battito forte sullo sterno che mi dettava il suo, e tremava Beethoven solo un dodicimiliardesimo di quanto tremavo io.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone ci ho fatto sopra l'amore tante volte da diventare parte stessa dei gesti che l'accompagnavano, al punto da non riuscire più a separare una cosa dall'altra, col battito sullo sterno, e sempre sullo sterno la sua mano a sentire quanto forte stavo sentendo tutto.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone l'ho ballata su un ponte con una città a fare da testimone e mani che si sfioravano perché non potevano fare altro che sfiorarsi - non prendersi, non afferrarsi, non stringersi, solo sfiorarsi - e la sua voce all'orecchio e degli altri occhi neri neri a scavare dentro i miei chiari, e il battito forte sul mio sterno che faceva a pugni col battito forte sul suo, cuore a cuore, non so chi abbia vinto, credo non io.
La prima volta che mi sono innamorata dentro un canzone era un'estate calda e chilometri da macinare in macchina, e il mio gomito fuori dal finestrino, la gonna leggera, con le gambe facili da risalire con gli occhi e con le mani, e le sue mani sul volante con gli avambracci forti, e fermiamoci a fare l'amore.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone l'ho cantata di voce forte a far salire ancora un po' quel battito sullo sterno, che già aveva preso un ritmo che non era più mio ma suo, suo di lui, suo di quel luogo che era quella persona, suo che poi mi dicevo se lui se ne va si porta via il battito e io muoio e invece no, se n'è andato e io non sono morta, ma per molto tempo ho dovuto eliminare tutti i suoni per dimenticare quello.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone io ero quella in abito lungo in un video di quattro minuti e quella canzone è tutta quella giornata e tutte quelle che sono seguite.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone erano canzoni, colonne sonore, suoni che si scollavano dal loro senso per prenderne uno mio, di volta in volta che poi sono state rimosse per tempo, quanto bastava per non dimenticarle del tutto e quanto bastava per non sentire più male, per liberarle di quell'incantesimo che ogni canzone si porta dietro che contiene occhipelleparolesanguecibivociluoghiprofumi, e tornare a farle vivere in un modo diverso che ha sempre il sapore della nostalgia, perché se una canzone è diventata un luogo dentro cui ti sei innamorata non potrà mai più tornare a essere altro, non ritroverà mai più la sua origine pura di canzone-al-netto-di-te, al netto di quella te che sei stata almeno una volta, almeno per cinque minuti.
La prima volta che mi sono innamorata dentro una canzone poi io in quella canzone ci sono rimasta a vivere anche quando lui se n'era andato. Prima se ne sono andate le parole, poi la pelle, poi gli occhi, poi l'immagine del suo viso, poi quel dannato profumo che me lo riportava ogni volta, e poi quella canzone, che se partiva per caso - ed è incredibile quanto ti prenda per il culo la vita quando vuoi evitare certi suoni - io ci tornavo a vivere dentro ogni volta con mani piedi cuore e lacrime.

Sono stata in tanti luoghi, ho conosciuto molte persone, ho amato-mangiato-cantato-ballato-sentito molto, moltissimo, mi sono innamorata dentro molte canzoni, ed è stata la prima volta, ed è stato per sempre.

4 novembre 2013

(estemporaneo e senza titolo)

Ma parliamo un po’ di me, per favore, che non lo faccio da tempo.
Ho il carattere che ho e si tratta per la maggior parte dei momenti di un carattere bruttarello. Melodrammatica, polemica, teatrale, a tratti vittimista, impulsiva, vendicativa, sommaria, pessimista.
Ma il carattere è una cosa, l’essere è un’altra, il primo è solo la superficie, l’aspetto esteriore di qualcosa che è sempre molto più grande molto più complesso, stratificato, colorato, l'essere appunto, e no, non ci trovo nulla di incoerente nella consapevolezza di avere un carattere di merda e di essere una persona che si piace.

Quello che tu vedi è quello che non ti impegna.
Quello che non vedi (ciao, tu) è quello che ancora non sai, ma ti chiederà la pelle.

Sono fatta come sono fatta, mi piaccio, credo di essere speciale (lo crediamo tutti, no?), di poter fare la differenza nella vita delle altre persone. Che ci sia o che non ci sia sposta le cose,  deve spostarle, non “è lo stesso”, non “è uguale”, non è “come vuoi”, non è “come ti pare”, non è “fa niente”.
Fa la differenza. Dovrebbe farla.
Poi uno può anche scegliere di non volerla quella differenza, ma se la scegli devi notarla.

Ma esserci come mi piace esserci nella vita delle persone ha un costo in termini di impegno, di energia, di investimento emotivo, fisico, psicologico, ci vuole impegno per stare accanto alle persone come intendo “stare accanto alle persone”, e - attenzione - è qui la notizia: non è gratis.

No, ma quali soldi, vi piacerebbe se fosse così semplice, soldi, che banalità, no, qui c’è una bilancia molto cinica, che misura anche le frazioni infinitesimali del mio essere e del mio dare, chi ha mai detto che fosse gratis?, io voglio indietro altrettanto.
Non nella stessa forma, ognuno restituisce come può, vuoi portarmi a fare un giro in bici, farmi l’amore, guardarmi negli occhi per ore, fare una passeggiata, parlare fino a sfinirsi, sfinirsi fino a tacere, ridere col mal di pancia, piangere con la testa e le gambe, fai come vuoi, ma quella cinica bilancina del cazzo deve andare in pari.

Perché l’impegno io ce lo metto tutto e ce lo metto sempre, ma deve valerne la pena.
Non è facile rapportarsi alle persone mettendo sul piatto tutto quanto e constatare di volta in volta quanti siano pochi quelli che riescono davvero a ricambiare.
Perché non è tanto lo sforzo. È proprio la relazione, la comprensione, l'accuratezza del gesto di ritorno, la mira.
Non tutto quello che arriva lo leggo nella forma e nell’intenzione con cui magari è partito.
Ma di una cosa riconosci il valore solo se finisce a centrare il segno che tu avevi tracciato. Altrimenti è un gesto come un altro di cui non coglierai il senso fino in fondo.

Non è facile neanche passare per la cinica stronza che misura il dare e l’avere come se fossero quotazioni di borsa.
Ma io la sento la fatica dell’impegno, dell’esserci, del viversi fortissimo e a tutta velocità, del metterci dentro sangue-fegato-cuore-muscoli, e se per te non fa la differenza allora non mi avrai, e se tu non sei in grado di ricambiare allora non ci sarò, e se sei talmente idiota da rinunciarmi, quella è la porta e una volta fuori non c’è verso di rientrare.

Non mi giudicate. Siete come me.

26 settembre 2013

Il giorno-uno

Non sono pronta ai giorni "uno" dell'iniziare a contare qualsiasi cosa.

Non sono pronta a quell'ondata di cose nuove, privazioni e mancanze in genere, che ti si rovescia addosso, quando finalmente dopo tanto procrastinare ti decidi a sfondare quel vetro che ti separa da qualunque cosa ti sembri di non raggiungere - persone, obiettivi, serenità, benessere -  salvo accorgerti che eri sott'acqua e che ora che hai sfondato il vetro stai annegando.

Non sono mai pronta ad affrontare quella mancanza di respiro, quell'affanno, quella sensazione di non farcela, di voler tornare al momento prima.

Che sia una dieta, una corsa, smettere di fumare, smettere dei gesti, quanto cazzo è difficile smettere dei gesti che ti sono così radicati da averti scavato un solco nel modo che hai di muoverti, quanto è difficile cambiare, anche quando lo sai che poi starai bene, che diventerai nuova, che imparerai altri gesti che ti scaveranno un nuovo modo di muoverti, che inventerai nuovi pensieri che ti diranno in che modo pensare queste cose nuove che farai, è difficile, è difficilissimo, perché oggi stai al giorno-uno e non ne sai proprio niente di come starai, sai solo che ti fa male tutto, ti manca tutto, a cominciare dal respiro, sai solo che ieri stavi meglio di così, e lo sai che poi migliorerà, ma in questo momento stai solo di merda e non sai neanche più come respirare e vorresti solo tornare indietro, a un attimo prima un attimo ancora.
E non c'è modo di saltarlo quello stramaledetto giorno-uno, non è che puoi dire "mi metto a dormire e ci penso domani che sarà il giorno-due", noooo, magari funzionasse così, il giorno-uno lo devi vivere, lo devi attraversare, piano, a passo di formica come quando da piccola mettevi il tallone di un piede davanti alla punta dell'altro, a misurare distanze, a camminare lenta, il giorno-uno è così, lo attraversi piano mentre ti lasci attraversare da tutte quelle cose forti fortissime che ti travolgono e devastano l'ordine almeno apparente che ce l'avevo qua un attimo fa, cercando di arrivare in piedi al giorno dopo senza vanificare quello che hai già fatto e sentito. Del male, perlopiù.

Io non lo so vivere il giorno-uno di niente.
E so che poi c'è il giorno-due, che non c'è due senza tre e il quattro vien da sé, ma quel dannatissimo numero uno che devo attraversare piano, io non sono mai pronta a farlo.
Non ho voglia di sentire.
Non ho voglia di superare.
Non ho voglia di smettere.
E invece.

13 settembre 2013

Cactus

È come se d'improvviso hai una stanza nuova.
Ci sono ancora i segni sui muri dei quadri che sono stati tolti, si respira nell'aria la presenza di chi e cosa c'era. Il suo profumo, la canzone che ha lasciato in repeat, il modo in cui colori prendono la luce.
Non ci sai stare ancora dentro, il vuoto ti disturba, troppi pensieri, troppi segni, quanta vita pulsa ancora su quei muri, su tutti quei segni in assenza, è come se i quadri che c'erano prima li vedessi meglio adesso che non ci sono più, ne ricordi i dettagli proprio ora che al loro posto c'è il vuoto, li vedi ancora lì, nella vernice non sbiadita della parete.
Come il segno dell'abbronzatura che resta sotto un braccialetto che hai perso.
Come la sensazione di avere ancora su i pattini, quando invece li hai tolti.
Come quella canzone in repeat che non sai perché ma continui a canticchiare.

E poi passerà il tempo e tu penserai che, dai, è proprio una bella stanza, che si potrebbe utilizzarla per altro, e vuoi aprire la finestra che l'aria fuori è fresca e fa venire voglia di rinnovo, quasi quasi cambi il colore delle pareti, un colore bello forte, e pensi ad altri quadri-profumi-musica da metterci dentro, è proprio una bella stanza ed è tutta tua, cominci a pensare che potresti entrarci e ci staresti davvero bene, te la godresti un sacco quella bella stanza coi colori nuovi, quante cose belle che non sai ancora di te potresti fare dentro quella stanza dai colori nuovi che ancora non hai scelto, potresti addirittura concederti il lusso di diventare un'altra persona, con colori nuovi anche tu come la stanza.

Ma lì in mezzo, nel centro della stanza, c'è un gigantesco cactus, con le radici spinte in fondo nel pavimento e rami che vanno dappertutto e che non ti consentono di muovertici dentro libero, una stanza potenzialmente stupenda che però non puoi usare.

Il passato è il cactus.
Il futuro è il cactus.
La paura è il cactus.
I ricordi, cactus.
Persone, cactus.
Routine cactus.
Depressione cactus.
Cuore-fegato-pancia cactus.
Ognuno ha il suo.

La forza di abbattere quel cactus, riprendersi lo spazio e riempire la stanza di colori nuovi; vivere, in pratica. Quanto coraggio ci vuole per farlo?

3 luglio 2013

A ruota libera

La voglia di mare, di parole, di sabbia nei piedi o di piedi nella sabbia non lo so. Che le vacanze leggere sono quella sensazione che non ha un nome preciso ma se la descrivo si capisce chiaramente, tipo quando hai preso il sole tutto il giorno, e hai il sale addosso, c'è il tramonto, e metti le maniche lunghe e magari i jeans leggeri e la sensazione che ti dà la pelle in quel momento dentro i vestiti che al confronto sembrano freschi, ecco per me quella sensazione lì è vacanza.
Milano che è sempre bella e magari più avanti, magari noi, magari poi. Guardo sempre all'insù a sognare appartamenti d'angolo al piano alto, io che qui vivevo al piano terra ora considero Milano dal terzo piano in su, meglio se l'ultimo, meglio piazza Minniti, non ho detto del Carmine, ho detto Minniti, via Borsieri-Pastrengo-Dal Verme, che nessun uomo è un'isola ma io l'Isola proprio sì.
E il cinema di pomeriggio con le sedute quasi tutte vuote che bello che è. Che quando vado al cinema quando poi partono i titoli di coda io mi volto sempre indietro per vedere l'emozione che hanno le persone sulla faccia a fine film, prima che ricompongano la solita maschera, mi sembra che quella faccia lì contenga già tutto il loro concetto di critica cinematografica e di sentire. Però anche il cinema vuoto, che sei libera di essere e di emozionare senza contegno, è bello, è proprio bello il cinema vuoto.
Le scelte, ma non solo quelle, anche i vincenti e i perdenti. Che è tutto talmente relativo, che ogni vincere su un campo contiene una sconfitta su un altro, quindi è inutile che alzi tanto la cresta, stai nel tuo, e quello che puoi fare è usare le soddisfazioni come cerotti sulle ferite, soprattutto su quelle dell'orgoglio.
Le serate vuote e la testa piena, le mancanze e le gocciole extra dark, tutte le spiegazioni a domande che non saresti mai riuscita a porti, che ci vuole un'indole speciale e brillante e schifosamente ottimista per fare ingegneria e accettare tutte le risposte che questa cosa ti dà, e io non ce l'ho quell'indole lì, non so neanche se le voglio tutte quelle spiegazioni, menomale che io non ho fatto ingegneria, però mi piace vedere come funziona un cervello che funziona, io che ultimamente ne ho uno che ha preso il part-time.
I pantaloni della taglia sbagliata, che ancora non ho capito che quei chili ci sono solo nel mio cervello.
I libri di Scurati che io non ce la faccio, ma tutte le volte ci provo, ma poi non ce la faccio, tutti quei paroloni che non so se servono davvero, mi sembrano di più messi lì per dire "guarda quanti paroloni che so io, tu prendi il vocabolario".
I bambini. I bambini. I bambini.
La macchina del capo ha un buco nella gomma.
Una frase che ho letto una volta e l'ho trovata bellissima e perché non l'ho scritta io "Milano vuoto canicolare ghiacciacuore" che è proprio così, in questi giorni è proprio così, e non ho mai avuto occasione di dirglielo che quella frase lì è meravigliosa, quattro parole e hai descritto una città nei suoi colori e nelle sensazioni epidermiche ed emotive.
Parlo molto da sola e ho spesso torto. Ma mi ostino a fingere di non saperlo e a comportarmi come se avessi ragione. Ed essendo da sola a parlare, posso andare avanti a fingere quanto voglio, ma ogni tanto per senso di realismo mi do anche un po' contro, ma mica poi tanto.
Che il tempo vuoto è diverso da tempo libero, esattamente come lonely è diverso da alone, ma in italiano esiste solo "sola", e quindi come faccio a spiegarlo.
Mi ricordo i compleanni di persone che non vedo da anni, non posso mandare messaggi di auguri che poi pensano che sono matta e ossessiva e invece no, ho solo questa cosa che le cose mi restano attaccate alla memoria, non so come, non so perché, è così e basta.
Voglio la seconda laurea, nove esami e la prendo, non mi servirà a niente esattamente come la prima, ma nei libri di sociologia il mio pensiero ci sta comodo e si sente a casa, quando leggo quei libri io capisco e capire mi è dannatamente necessario.
Oggi qualcuno ha scritto "poplite", cosa?, allora ho cercato il significato di questa parola che non sapevo e che quando la dici le labbra e la lingua fanno una capriola, e allora ho capito che cos'è, e quel punto lì - il poplite sinistro, più del destro - io proprio ciao, quindi mentre la dici quella parola lì con le labbra e la lingua che fanno una capriola appoggia la bocca a quel punto lì, al mio poplite, e fammi sentire se il suono della parola su quel punto mi fa lo stesso effetto di una carezza che mi porta via.
E la prima volta, le vacanze, tu, io, noi, la tua pelle, le mani, tue, io, i bambini, il caffè, un tatuaggio, il mare, tu al mare, tu il tuo corpo, io, le vacanze, gli addii, i ritorni, noi, voi, i baci, la gelosia, l'equilibrio, io mamma, la tua pelle, la mia pelle, io, tu, le serate vuote e quelle piene, tu, boh.

Sto giocando a tennis con i miei pensieri, io contro me, che anche quando vinco con una bella schiacciata a terra che senti l'applauso, gran bel tiro davvero, in realtà sto perdendo perché quella contro cui ho schiacciato alla fine sono sempre io.

Devo ricominciare col magnesio, mi sa.

21 giugno 2013

Smettila

Ma quand'è successo di preciso me lo dici? Quand'è successo che ti sei trasformata in questa versione scema di Pollyanna che deve vedere il bello per forza nelle persone? Che parti sempre per la tangente tu, che tutte le persone sono eccezionali fino a prova contraria, ma guarda che non è così, prendi nota, dovresti imparare, non è così, è più il contrario e prima lo impari meglio è, che le persone sono stronze fino a prova contraria.
Ed è con questo spirito che ci devi andare incontro, alla gente, con lo spirito del "io di te non mi fido", ma soprattutto "io non mi fido di me perché ho incontrato tante persone nella vita e allora si vede che quella cosa di saper inquadrare qualcuno dalle prime due battute me l'hanno montata al contrario, e finisco per prendermi tante di quelle batoste che ormai sono abituata a stare in piedi in un modo tutto dinoccolato, quel modo di stare in piedi che hanno le persone con le ossa tutte rotte".
E infatti guarda che è così, deficiente che non sei altro, ancora ti aspetti qualcosa di bello, e ancora non sai prendere le misure bene dello scarto che c'è sempre - oh, sempre - tra quello che ti aspetti e quello che invece poi arriva. E incassi delusioni e ancora non ti arrendi.
Che pensavi di essere, su una pista da ballo? No, non è una pista da ballo questa, è una centrifuga, e tu puoi anche ballarci dentro, come facevi alle giostre, te lo ricordi il tagadà, quanto ti piaceva riuscire a stare in piedi là in mezzo mentre tutto girava, provaci ancora Sam, provaci ancora a stare in piedi e a ballare su questa cosa che ti sembra una centrifuga ma no, guarda, ci sono le lame, è un frullatore e ti sta facendo a pezzi.

E così tanta disattenzione, così poca cura, e tutti quei sorrisi che hai sprecato, quelle parole che hai inventato per costruire mondi quando ce n'era bisogno, che ora ti sembra che non le sai più inventare le parole per nessuno e come ti pesano le guance che dai, quello non è un sorriso, smettila o riprovaci ma non fare quella faccia, quello non è un sorriso, non ne sei più capace, e va bene vuoi gridarlo? gridalo, fanculo a chi ti ha trattato così, ma soprattutto fanculo a te che gliel'hai permesso.
Perché non è quasi mai una questione di "come ha potuto" ma di "come gliel'ho permesso".
Ma tanto lo sai.
Sei qui davanti con quegli occhioni liquidi ad annuire ma lo sai che questa cosa non la imparerai mai, che ti fiderai ancora, che ti esporrai, ti aprirai, e ti metterai a dare te e tutto in quel modo matto e disperatissimo che solo tu, e allora io cosa posso dirti, chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma no, non te lo dico, ti dico sono qui, ci sono, sbriciolati pure un'altra volta che poi ti raccolgo io, e poco importa se io e tu siamo le due facce della stessa persona, c'è bisogno di qualcuno che tiri le fila, che metta i puntini a inizio riga di un lungo elenco di cose da fare e da non fare più.
Che verrano, in entrambi i casi, disattese.

Però magari la prossima volta lo facciamo con un'altra faccia, con altre spalle, con le clavicole forti, col cipiglio, con la voce bassa, con i non mi fido, con i vaffanculo nella cartucciera, che non li useremo, ma sapere di averli lì ci farà sentire protette.
Tutte e due, tu stupida Pollyanna e io con la penna in mano.
Ora smettila.

20 giugno 2013

Vedi Cara: esegesi di un pugno nello stomaco

Come si fa a spiegare una canzone? Io non ne sono capace, io non ci provo neanche, come faccio, quello che vale per me non è necessariamente vero per qualcun altro, è tutto un gioco di interpretazioni e come donna l'interpretazione mi riesce perlopiù da schifo, campionessa mondiale del fraintendimento io, soprattutto di parole maschili, sicché cosa dovrei dire.
Però.
Però ci sono quelle canzoni che le puoi sentire duecentomilioni di volte e ogni volta ci troverai dentro qualcosa di diverso, e non perché cambiano loro ma perché cambi tu, e ti colano dentro come tempere a olio e tu ci metti il tuo colore di base e loro ti si attaccano alle pareti dello stomaco e ti fanno fare pensieri densi e ancora più fortemente colorati, ma di un colore che prima non c'era, sarà la musica, sarà che poi secondo me ognuno ha la sua canzone quella che quando la senti è come se qualcuno avesse trovato la chiave di quello scrigno chiuso, e pieno di chissà cosa, che sei.
Vedi cara.
Guccini.
Attacca la chitarra e sei seduta in una grande cucina, di quelle di una volta con il camino grande, il tavolo con dodici posti intorno, ma occupati soltanto due, con le sedie di paglia e una bottiglia di rosso che ti scalda il sangue e la lingua mentre parli e spieghi, spieghi e parli, ti incazzi, piangi, bevi, piangi, spieghi, parli e canti. E non sono mica sola, eh. C'è la canzone. E c'è Stazzitta.
Non esiste una canzone con un testo più perfetto di questo. Ma l'avete mai letta? Non dico ascoltata, proprio letta, che la musica ne amplifica gli effetti ma questa cosa andrebbe mandata a memoria, si farebbero pensieri migliori.
E siccome Daniela e io questa canzone l'abbiamo davvero ascoltata qualcosa come duecentomilioni di volte, inconsapevoli che a seicento chilometri di distanza ci fosse un'altra persona con la stessa monomania, a cantarla, farci sopra un pianto, e pensare "è così, è esattamente così", ora noi proviamo a spiegarvela, ma è difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già.

Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente.
Vedi cara, tutto quel che posso dire è che cambio un po' ogni giorno e che sono differente.
Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Lara] C'è questa cosa che l'ottimismo è molto meglio tollerato del suo contrario. E se sei blu, cazzo no, blu non va bene, tutti vogliono vedere il giallo, e allora inventatelo quel giallo che non hai, quel colore che non sai, ma dentro sei blu e come fai a spiegarlo quanto blu è quel blu, non lo sai spiegare non ci sono le parole giuste, forse ci sono dei suoni, ma delle parole no, blu, come cambia, come vira come diventa cangiante.
E ci sono giornate gialle, quante volte sei stata là in alto con tutto quel panorama negli occhi che soltanto l'altezza di un volo alto e un attimo dopo, una parola sbagliata, giù a terra, schiacciata e distrutta ci sono giorni così, davvero e arrivano e li prendi così come arrivano, ci voli sopra come un aquilone al vento, ma sei anche consapevole che poi torni a terra, più a terra che mai, ma come fai a spiegarlo a chi non ha già capito che eri vera mentre volavi leggera come un aquilone e sei vera anche quando torni a spiaccicarti per terra, e c'è molta incoerenza in questo, ma che ne sai, se non l'hai capito non c'è niente che io ti possa spiegare.

Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire.
Vedi cara, certi giorni sono un anno, certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi cara, le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela]: In un'altra canzone nel mio Ipod si dice "quando arriva una crisi è tutt'altro che folle, è un eccesso di lucidità". Chi meglio di me? Io che di "urlare per uscire" ne ho fatto ragione di vita e di analisi, io che mi sono ripromessa più e più volte di non tenere dentro nulla, dalla ritenzione idrica al rancore. Eppure è vero, certi giorni sono un anno, di pesantezza, consapevolezza, crescita ai limiti della vecchiaia, certi pomeriggi da sola in mutande nel letto a fissare la riga della coperta marrone di ikea e a prepararsi all'epifania che davvero "certe frasi sono un niente che non serve più sentire". Basta parlare, basta dire, basta dirselo, basta ripetere. Non serve più. Non ci fai un cazzo, con quel tempo speso a sapere tutto e non fare nulla, riprenditi stagioni e sorrisi, riprenditi la proprietà, nel senso vero e potente e liberatorio del termine. La dovuta proprietà. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già. E chi capisce prima, faccia tana libera tutti.

Non capisci quando cerco in una sera un mistero d'atmosfera che è difficile afferrare.
Quando rido senza muovere il mio viso, quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare.
Quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Lara] Eccolo qui il sognatore, l'atmosfera, le frasi di canzoni, i libri, gli aquiloni, quelle cose che a vent'anni sono tollerate e man mano si cresce lo sono molto meno, che diventi grande e mica ti puoi mettere a sognare ancora così, cosa fai, sei scemo?, ma se sei sognatore, se hai bisogno di quel lato molto meno concreto, di quel pensiero volatile e frammentato, di quella fantasia da rincorrere non cambi solo perché cambia il numero delle candeline su una torta sempre più piccola, cambia solo il modo di manifestarlo, e devi trattenere molto di più, e diventi solo molto più capace di scindere quello che senti dal modo in cui lo riesci a fare uscire, quindi piangi senza un grido e vorresti urlare, ma no, perché sei grande ora e non puoi, ma cazzo com'è difficile, e quanto non lo capisce chi invece concreto ci è diventato davvero, non ci sono parole per spiegarglielo, che si diventa grandi in molti modi e non ce n'è uno più giusto di un altro.

Non rimpiango tutto quello che mi hai dato, che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora.
Anche se tutto il mio tempo con te non dimentico perché questo tempo dura ancora.
Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela:] Strofa pregnissima, piena di roba.
Darsi le colpe, prendersi i meriti. Bravo chi non lo fa. Ma il rimpianto, quello no, quello è da stronzi: ciò che dai dai, ciò che prendi prendi, e forse tutti sti abbracci e ste mani strette servono a creare un circolo ininterrotto, finché uno dei due non si stacca. Ma qui il senso è tutto in quel "che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora": c'è sempre uno dei due che costruisce materialmente l'equilibrio emotivo della coppia, l'altro si affida, per mancanza di creatività, di profondità, di confidenza con i sentimenti, di coraggio, di energia. Quando entrambi lo vogliono fare di solito volano i coltelli, ché "nessuno ti amerà mai come ti amo io" non è mai vero quando la ascoltiamo ma l'avremo pronunciata mille volte. Ma attenzione, il punto focale non è "tutto il tempo", e non è nemmeno "non dimentico", ma "perché questo tempo dura ancora". Chiedetevelo ogni giorno chi è la persona con cui vi siete svegliati, chiedetevi che ci fate in quel letto. Il tempo dura lo stesso, ma "questo tempo" che dura a fare? E la risposta non è altrove, niente visi, niente nomi, ve piacerebbe. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già. E soprattutto non inventiamoci stronzate.

Tu sei molto, anche se non sei abbastanza, e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi,
tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi.
Io cerco ancora e così non spaventarti quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua!
[Lara] La parte che mi sbriciola fine fine. Tu sei molto anche se non sei abbastanza. Ci vuole molto coraggio a dirlo ma è così. E non è che non sei abbastanza per qualche mancanza, non sei abbastanza perché io sono così, non saresti abbastanza comunque, non saresti abbastanza mai, tu sei tutto ma quel tutto è ancora poco per chi la vita- le persone - tutto lo affronta famelica, irrequieta, con una sola domanda in testa, sempre, costante "c'è ancora altro?" e finisce per continuare a cercarlo in un totale senso di insoddisfazione costante, che tu mi chiami rompicoglioni, ma ci vuole una gran forza per continuare a chiederselo, a pretenderlo, a cercarlo, e lo so che tu sei capace di essere contento di quello che c'è ma io no, io continuo a cercare, a volte vicina a volte lontana, ma senza smettere di amarti neanche per un attimo, vado lontana a cercare quell'ancora altro e poi torno, solo un po' più disillusa, un po' più disincantata, non è colpa tua è un sogno mio, tu mi chiami rompicoglioni, io ho smesso di chiamarmi da un pezzo, restiamo qua vicini, anche se, anche ma, anche io.

Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa.
Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo, libertà!
Vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela]: La conclusione e la carezza sulla guancia. La parte che mi fa incazzare di più. "Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai": accettare di dover scendere dal piedistallo, quando il piedistallo a volte nemmeno c'è, è una roba che quando l'hai imparata o sei matura o sei sola. Ma essere contenta di avere quello che ti viene dato, e con tutta questa onestà poi, è una roba che quando l'hai imparata, non sarai mai vecchia e sarai sempre innamorata. E non ha nulla a che fare con l'esseresestessismo, con l'accontentarsi o l'arrendersi, con il prendere la vita fricchettone come viene qui e ora (che insomma, certe volte, buttalo via), quanto con lo smontare quello schema perverso di voler conoscere e contemporaneamente cambiare chi ti sta intorno, e sentirsi legittimati nel pensare che se non cambierà per noi, è perché non è amore.
Se vi fa spazio, e ci state comode e bene in quello spazio, godetevela e non rompete i coglioni, che "chi ha la colpa non si sa", e già nell'immaginare che ci sia una colpa sta facendo uno sforzo sovrumano. "Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo o libertà" è abbastanza chiaro, ma basterebbe confrontare il Guccini lucido e dolce di Vedi Cara con quello impietoso di Quattro stracci per imparare la potenza di un tono che cambia (ricordatevelo nelle vostre future litigate). "Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me che cos'è la libertà!", fateci i conti con la libertà, che non è una gentile concessione, e se poi va dove vuole andare, se poi invecchia come gli pare, non è uno stronzo, è che è difficile (e inutile) spiegare, è difficile (e inutile) capire, se non hai capito già.

14 giugno 2013

L'infanzia secondo Hosseini, ma anche secondo me

C’è questa cosa che il 21 giugno è il mio compleanno.
E c’è questa cosa che ho sempre pensato che il regalo che mi fa felice a colpo sicuro è un libro. Di quelli che scegli con amore, di quelli che “guarda ci sono proprio dentro io”, di quelli che in qualche modo hai sentito tuoi e li regali solo a chi li merita davvero, sfidandolo a ritrovarti dentro quelle righe.

[Il post continua su DonnaModerna].

14 maggio 2012

It's the end of the world as I know it (and I feel fine)


Il blog finisce qui.
Vi spiego.

Il problema non è internet, figuriamoci.
Il problema è l'uso che se ne fa.

Questo, è evidente, non è un blog di attualità, questo da sempre è nato-cresciuto-diventato un blog personale. Ma il fatto è che la vita privata in rete è come un pesce fuori dall'acqua, almeno per come intendo io "vita privata" e come intendo io "rete". Ed è abbastanza ovvio che qui dentro non c'è tutta la mia vita, ma è altrettanto ovvio che è quella che quando si arriva qui ci si aspetta di trovare. E questo innesca un duplice meccanismo, in entrata e in uscita.
Scrivere di sè - visto che gira o rigira sempre del mio ombelico e mondi annessi si parla qui - fa sentire esposti in una vetrina di fronte alla quale chi passa non può esimersi dal dare un giudizio. Per quanto leggero. Per quanto parziale. E leggere un blog personale crea un interesse intorno a, che nella forma si colora di affetto ma nella sostanza è curiosità.
E allora scrivi e ti racconti che è affetto, lo mescoli all'autocompiacimento del leggersi e del rileggersi, e a lungo andare cominci a chiamarlo così tante volte “affetto” che finisci col crederci davvero, e col dare valore a cose che valore non ne hanno. L'avevo già scritto una volta qui.
Il meccanismo si auto-alimenta, laddove più tu vedi affetto più offri storie di te che lo generino, in un vortice che ti porta a declassare tutto a “storie disponibili” anche là dove alcune di quelle storie invece meriterebbero protezione e condivisione preziosa. Ché alla mia amica, per dire - non interessa se io del suo matrimonio scriva sul blog, a lei interessa che io sia lì a guardarla negli occhi mentre percorre la navata. E so bene che una cosa non esclude l'altra, certo che lo so (ci mancherebbe), ma è il mio sguardo sulle cose ad essere diverso.
E questa smarrita capacità di vedere quella differenza - quel valore - è forse la cosa più dannosa che si possa fare, perché quando la perdi la perdi, non la perdi solo qui, la perdi ovunque e ovunque, e invece bisogna ritornare a distinguere. Distinguere le cose, e viverle non nell'ottica di come ne scriverai poi, ma guardandole dritte negli occhi e basta.
L'appuntamento fisso con questo posto, invece, diventa la lente distorta attraverso la quale filtrare la mia vita, come se fosse sempre qualcosa da scrivere, come se le cose diventassero più vere nella misura in cui prendono forma qui, nero su bianco. Ma non è così. Le cose esistono a prescindere dallo scriverne o meno, e anzi, hanno tanti più colori rispetto a quelli che poi io riesca a restituire raccontandole, ma io le filtro, le passo attraverso il setaccio della scrittura e in questo modo, per quanto raccontate con passione, le svilisco nel loro senso più genuino dell'esistere al netto di esistere-qui.
E in questo modo le vedo meno.

Il problema non è internet, figuriamoci, il problema è l’uso che se ne fa.
La vita vera non è sublimabile.
O c’è o non c’è.
E c’è nella misura in cui la proteggi, non c’è se la setacci - impoverendola tu per prima.

La mia vita privata, i miei successi, i miei difetti-ricordi-speranze, le mie persone care, qui si possono solo leggere. Io invece ho un vantaggio, io non ne posso solo scrivere, le posso anche vivere.
Se voglio.
E io voglio.
Voglio essere quella capace di andare a sentire il profumo che ha la pelle di un neonato, o l'abbraccio stretto di un'amica in difficoltà, o di commuovermi per quello che si sposa, arrabbiarmi davvero con tanto di nervi tesi e mani strette in pugni per un'ingiustizia, emozioni vere e forti che non saprei rendere davvero fino in fondo in parole e forse non ha neanche senso farlo. Non qui. Non così.
Voglio vivere le mie storie e per viverle devo proteggerle e per proteggerle devo valorizzarle e per valorizzarle devo circoscriverle e per circoscriverle devo riconoscerle e per riconoscerle devo guardarle negli occhi.

È stata una palestra preziosa questo blog, mi ha aiutato a capire tante cose, è stato terapia-contenitore-sfogo-tela bianca-confronto ed è stato un privilegio condividere i miei pensieri con voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui.
Sto mettendo lo scotch sullo scatolone, il punto alla fine di una frase, ma non cancello niente, resterà tutto qui, per me quando mi vorrò rileggere, per chiunque ci vorrà tornare. Non è un addio, è un arrivederci. Forse qui, forse altrove, non lo so. Sto dicendo "arimo", come quando da piccoli volevamo chiamarci fuori dai giochi per un po'. Per poi tornare. O cambiare gioco.

Voglio solo evitare di finire a colorare tutto con un unico colore e di diventare daltonica per incapacità di distinguere il rosso di un cuore dal grigio di un soprabito.

Allora cominciamo a separare.
I soprabito tutti a sinistra, qui dove ci sono briciole di me a 140 caratteri alla volta.
Tracce di una me che scorrono come scorre la timeline e che passano per lasciare il posto ad altre.

I cuori rossi invece tutti qui.

No, certo che non c’è link.
Allora non avete capito niente.

10 maggio 2012

L'impegno

Le consapevolezze. Quelle che nel mio caso arrivano con anni di ritardo rispetto a quando mi sarebbero servite di più. E invece.
C'era questa cosa che mi si diceva spesso, non l'ha detta una sola persona, no, l'ho sentita dire da tanti, inframezzata qui e là da qualche espressione colorita che la distinguesse, per tono, dalle altre: "come sei impegnativa".
Sembra una frasetta buttata lì nel bel mezzo di una discussione dai toni accesi ma contiene molto altro. Contiene una critica all'essere ingombranti, ingombranti di parole, sensazioni, colori, sentimenti, contiene il desiderio di aver di fronte qualcuno di diverso, di più leggero, superficiale, meno indagatore, meno esigente, meno pensante.
Meno me.
E io anziché reagire con una bella alzata di spalle, una risata in faccia, e andare per la mia strada, mi rimpicciolivo. Come se quel voler andare oltre la superficie fosse qualcosa di sbagliato. E allora cercavo di diventare piccola, io che non sono piccola né fuori né dentro, per essere meno ingombrante, meno impegnativa, perché impegnativa no, non va bene, ci vuole leggerezza, non si può essere sempre così esigenti, ma io - cazzo - ero esigente nella misura in cui la mia mole caratteriale, colorata, rumorosa, incasinata, analitica, manifestava anche qualche cosa di più vero, sanguigno, carnale, profondo.
E no, non andava bene questa cosa, se non poteva essere annoverata tra gli aspetti ludici, ma cosa vuoi fare.
Vaglielo a spiegare che tutto quello che ricevevano, tutto quello che guardavano accadere per mezzo di, non poteva essere distinto da quella che poi si attaccava con amore, e chiedeva, domandava, proponeva, che quell'essere impegnativa era la controparte di quello che prendevano quotidianamente.
Ma che razza di uomini ho incontrato nella vita che volevano solo quella leggerezza che io non sapevo separare da quello che sentivo? Ne ho visti andare via di questi uomini qui, puntando il dito sul mio essere sbagliata. Sbagliata perché chiedevo un impegno, e no, non un impegno per la vita, magari per una serata, per una settimana, un mese, quanto volevano, ma di esserci davvero. Di mostrarsi davvero. Di dare davvero qualcosa.
E invece niente, via, ciao.
Salvo accorgersi anche loro in differita di anni, che quell'essere impegnativa poi mancava moltissimo.
Ma se la consapevolezza arriva sempre in ritardo, una cosa che non ho mai tollerato è la mancanza di tempismo. E allora niente, andato quando non dovevi, quando poi hai capito io non.
Però quante lacrime.
Ché basterebbe un attimo con gli occhi aperti davvero per capire che se hai di fronte una persona capace di sorprenderti ogni giorno, non può diventare una bolla vuota solo perché tu non vuoi che ti si chieda impegno. E che se vuoi leggerezza allora non è lì che dovresti andarla a cercare.
Perché lì la puoi trovare eccome, ma c'è anche molto altro che non si può separare da.
Leggerezza e impegno nelle persone complesse non vanno a braccetto, sono proprio siamesi.
Quanto male in meno mi sarei fatta se fossi stata in grado di spiegarlo, di capirlo, di accettarlo, invece di darmi contro e sentirmi sbagliata per. Quante risate in più mi sarei fatta di fronte a quella frase che mi colpiva come un pugno nello stomaco, tutte-le-dannate-volte. Quante frasi mi sono venute in mente dopo per ribattere, in ritardo di anni, come le consapevolezze.
Le tengo lì.
Per un amico a cui spiegare perché la donna di cui potenzialmente si può innamorare come mai nella vita è anche quella che verosimilmente lo sfianca di più.
Per un'amica.
Per mia figlia e la donna che sarà.
Le tengo lì e sorrido. Meglio tardi che mai.

24 aprile 2012

Che ci fai tu alle parole? Ci balli. Le balli. (cit.)

E poi dal niente mi arriva un regalo che non mi aspetto, che è il regalo di qualcuno che mi conosce meglio di quanto io. Ed è un libro. Trovo che regalare libri a qualcuno sia sempre un atto coraggioso, ma quando il regalo riesce - e riesce così bene - è indice di una sintonia di pensiero che puoi solo sorridere.
E quindi ho iniziato a leggere questo libro. Che finirà dritto dritto sulla mensola dei libri che io. Perchè è un libro fatto di parole, e questa di per sé non è una novità, se non fosse che questo libro con le parole ci fa dei numeri da giocoliere-con-milioni-di-palline. E le getta in aria, le riafferra, ne aggiunge di nuove, e ci fa acrobazie, girotondi, capriole, balletti. Ecco, "balletti".
È successo che questo libro mi è arrivato in un momento in cui non sono particolarmente ispirata. Non ho velleità artistiche di chissà che, ma scrivere mi piace e mi fa stare bene. E in questo periodo io non. E se scrivere ti fa stare bene, quando sei in un periodo che non, ecco, stai meno bene. È come se le cose possano esistere in modo più forte-bello-intenso solo dal momento che ne scrivi in prima persona.
E anche lì, qualcuno che mi conosce mi ha scritto che evidentemente io e le mie parole siamo solo un po' stanche. Mi ha anche scritto la frase del titolo che mi è arrivata dentro e mi sta ricolorando le pareti piano piano come miele in un barattolo inclinato.
Non lo so, sto leggendo questo libro che io, e faccio un bagno di parole bellissime, inventate, colorate, triplocarpiate, danzate, e mi ci immergo e ci nuoto, le suono e le ballo, e spero che qualcuna mi resti appiccicata addosso.
Perché questo libro è geniale, racconta una storia che sarebbe anche banale se non fosse che la racconta in 99 modi differenti, e in ognuno riconosci la voce, il colore, la faccia, l'espressione, il tono, riesci quasi a immaginarne gli abiti. È quello che ho sempre pensato, ché quando leggi qualcuno che è capace ci senti dentro la sua voce. E se è capace davvero, quella voce diventa un po' anche la tua.
Mi era già successo con Paolo Nori. Avevo letto un suo libro, mi era rimasto attaccato un po' sulle mie parole, e poi avevo scritto questo.
Qui invece siamo alle olimpiadi della polifonia vocale. 99 stili diversi che ballano la stessa cosa, ognuna col suo carattere marcato e intensissimo, ognuna capace di renderla una cosa diversa, solo attraverso il potere della parola. Lo trovo magico. E bellissimo.
Insomma, io intanto lo leggo.
E se ho finito le parole forse è solo il momento di inventarne di nuove.

[Raymond Queneau - "Esercizi di stile"]

20 aprile 2012

"non può piovere per sempre" - giura.

Piove.
La pioggia, i bordi che si perdono, i vestiti bagnati che restano incollati addosso, i pensieri che diventano nebbia, il morale che scende, la nostalgia di "non so che" che sale.  E dove-sono-i-miei-vent'anni, e sparo sul mucchio, e "melodramma cammina con me". E tutto è messo in discussione, e litigo con chiunque, e ho l'aria pimpante di Leopardi di fronte all'infinito. Sputo sentenze, non mi va bene niente, alzo molte scartoffie, faccio casino, piango col fazzoletto in bocca attaccata alla tenda del soggiorno che Eleonora Duse al confronto era un'attrice comica.
Mi arrabbio fortissimo, me la prendo per cose che non stanno né in cielo né in terra, sono una dannata principessa su questo pisello che è il brutto tempo, che mi rende brutta come lui, anzi peggio, che mica ci accontentiamo dei toni di grigio qui, viriamo proprio al nero e chi si è visto si è visto.
Mi relaziono con le persone come si fa coi punching-ball, e sono irrequieta, e mi muovo, ma non è un movimento bello, non è il movimento di chi sa dove andare ma di chi non sa fermarsi.
Perdo le parole, perdo i confini, perdo anche la piega decente dei capelli.
Poi torna il sole e passa tutto. Giuro. Tutto.
Ma nel frattempo.
Che bella persona che sono, sì.
Scrivetemi qualcosa di bello, voi che "il sole ce l'ho dentro", please.

16 aprile 2012

United States of Lara

C'è questa cosa che noi siamo la nostra storia, no? Siamo gli incontri che abbiamo fatto, gli sguardi che abbiamo incrociato, le persone che abbiamo amato, i posti in cui siamo stati, le sensazioni sulla pelle, i profumi che abbiamo sentito, e quel pane, ah-quel-pane, che non abbiamo più mangiato un pane così. Siamo fatti di tessere di un mosaico quante più sono le cose fatte, anzi più che fatte sentite, in costante evoluzione;  le tessere sono in movimento, quello che ieri ci sembrava superfluo può tornare fuori con prepotenza, assumere una posizione diversa sotto la luce e prendere un colore che prima non. È strano pensarsi come fatti di tanti pezzettini che però si muovono, tanti pixel che non trovano una posizione per definire i nostri bordi, ci sono solo poche tessere che tieni segrete, se ne stanno nel punto più interno di te, come l'armellina nel nocciolo dell'albicocca, ecco, ci sono quelle tessere che no, non sveli a nessuno - tante volte neanche a te stessa - e mentre tutte le altre si muovono intorno, spostandoti desideri e confini, resti comunque fedele a quelle che sono la tua vera essenza, se solo la conoscessi.
La primavera è un periodo strano, in cui nelle giornate di pioggia io melodramma-portami-via e nelle giornate di sole sono costruttiva, propositiva, oserei dire ottimista se non stessi parlando di me, e quindi prendo colori nuovi, e la voglia di incontrare delle persone di cui non ho mai sentito la voce anche se mi sembra che sì; le vorrei incontrare per sentirle parlare di loro e di me, per raccontarmi, per raccontare loro i miei colori nuovi e tutti quei pixel in movimento, per cercare di fermare tutto, di fare una foto in un momento - nel momento in cui loro mi guardano, click- e farmelo andare bene, così statico-definito-immobile, che so, addirittura per il giorno successivo. Assumere un colore solo, il colore di quel momento, e non il solito caleidoscopio pazzo che mi sento di essere in questi giorni.
Vorrei che i miei bordi prendessero forma nel loro descrivermi, ché a volte chi ti vede "da fuori" può arrivare a vederti più - boh - vera?, di chi, nel monumentale castello di aspettative e "take for granted" che sono le relazioni, da vicino può perdere di vista.
E mi rendo conto che agli occhi di ognuno assumerei un aspetto diverso, senza per questo essere mai incoerente con ciò che sono; sarebbero infinite fotografie di me, tutte vere, tutte sensate, tutte inevitabilmente parziali. Alcuni coglierebbero delle cose che altri non. Ma sarei sempre io - come tutti eh, sia chiaro - una somma di stati d'animo ed emozioni che spesso faccio fatica a rendere coerente, e mentre mi perdono anche questa dicendomi che "la coerenza è spesso sopravvalutata", mi accorgo che sono fatta di mille colori-pixel-tessere-laqualunque che andrebbero uniti sotto un unico grande stato: Lara.  Ma il federalismo emotivo richiede uno sforzo organizzativo che solo a pensarci mi viene da inventare scuse, quindi mi tengo i miei pixel svolazzanti, le mie tessere che mi cadono dalle tasche e devo fermarmi a raccoglierle tutte le volte, e vado avanti così sperando che la luce mi colpisca nel modo giusto.

12 aprile 2012

Maledetta primavera

Accidenti alla primavera, alla sensualità che spinge forte sugli ossicini e sulla pelle per poter uscire, alla testa che si perde sulle nuvole e ai sogni fatti con colori forti - nessun acquarello da queste parti, colori a olio, primari, poco bianco, colori pieni, noi.
Accidenti alla primavera al mio equilibrio precario su una fila di "quindi?", alla voglia di gridare per poter colorare tutto più forte, alla voce che mi manca o che non so usare bene, e allora canto perché non so parlare, e canto le canzoni che sai anche tu.
Accidenti alla primavera alla voglia di sentirti parlare di me, di sentire come mi inventi, come mi dipingi, come mi colori, come mi scrivi con parole che non si possono dire. È che mi piace così tanto, così-tanto, la sostanza che mi danno le tue parole-di-me, che vorrei solo appoggiarti la testa sulle ginocchia, ascoltare la tua voce e prendere forma.
Accidenti alla primavera alla mia voglia di parlare di te, di ricamarti di parole, di dipingerti di colori, di ricalcarti i bordi, come un dito che segue il corso delle tue vene, e i contorni della tua pelle, ché la pelle è bella perché è quel punto dove finisci tu e comincio io, e a volte è mischiata e i bordi si confondono, e ci si mescola, e allora bisogna premere forte sui bordi per ritrovarsi due, uno, insieme, divisi, quello che vuoi, è un caos immenso, ma un caos bellissimo.
Accidenti alla primavera, al nostro gioco del "facciamo che", ai lenti da ballare, alle lune da guardare, alle birrette gelate, alle parole che inventiamo, che le parole in fondo per noi sono sempre state come i colori, ce n'è un numero infinito, basta saperle mescolare, come ingredienti di una ricetta in cui il risultato è un libro - pieno, folle, lungo, ricco - di io e te.
Accidenti alla primavera, a tutto questo fiorire di colori, al caldo sulla pelle, alla voglia di scoprirsi, di sentirsi vicini, di ascoltare il rumore che fa - perché è un suono preciso - la carezza di una mano sulle spalle.
Accidenti alla primavera, alla voglia che ho di morderti e di mangiarti, che non mi basta vederti, respirarti, toccarti, viverti, vorrei mangiarti proprio, golosa, vorace, di te.
È la primavera, eh, nient'altro. 
Certo.

27 marzo 2012

Dance your life out (tu chiamalo se vuoi coming out)

La prima volta, una vita fa, che Lui è entrato e mi ha visto farlo ha inclinato la testa di lato e mi ha guardato per un po'. Non me ne sono accorta subito, e quando ho notato la sua presenza ho retto il suo sguardo, imbarazzata certo, ma come fosse una sfida. Se avessi iniziato a riderne io, Lui avrebbe pensato di essere legittimato alla presa in giro. E invece, neanche a dirlo, ha capito.
"Ti lascio da sola". Un filo preoccupato, ovvio, ma tanto doveva solo aggiungere una cosa in più alle mie stranezze. Per dire quella stessa mattina avevo parlato da sola per mezz'ora.
Ha capito che c'è chi corre, chi tira di boxe, chi fuma una sigaretta, chi ci beve su, chi disegna (Lui), chi scrive, chi salamadonna.
E c'è chi balla.
Io ballo.
Lo faccio da sempre.
Quando avevo il pianoforte in casa alternavo le due cose. Ora ballo, e basta.
Mi chiudo in una stanza, le cuffie nelle orecchie, la musica alta, le atmosfere diverse e ballo via i miei pensieri.
Non voglio essere vista. Non voglio essere interrotta. C'è tutto un mondo da sistemare in quella stanza con me, può volerci una canzone o cento, ma muovermi, pensare, rimuginare, saltare, mi aiuta a mettere a posto i tasselli del puzzle. Poi mi sento meglio.
Onanismo musical-ritmico.
Ognuno ha le sue.
Certo io ne ho parecchie, ne convengo, ma ognuno ha le sue, comunque.

Ballo via le persone che non, i fantasmi di ieri e di oggi, le situazione che non voglio affrontare, i piccoli problemi, le tensioni da mamme dell'asilo, i malesseri, il malumori, i cattivi pensieri.
Avere due bimbi in questo senso aiuta: ti consente di ballare come non oseresti mai con la scusa che lo fai per farli divertire, e invece. Ballo molto con loro. Ballo molto da sola. Ballo molto con Lui.
A casa Zeta si balla, voi fate un po' come vi pare.

A proposito: voi com'è che fate?

10 febbraio 2012

Il mio tempo

Io non so vivere bene il tempo che passa. Non è una cosa legata alla mia età, è più in generale, devo averla sempre avuta, anche se in forme diverse, ho l'ansia delle cose che sfuggono, del non arrivare per prima, del tempo che ha il senso che sai inventare per lui e ha il colore che gli dipingi addosso ma poi quando è passato e lontano sembra che quel colore lì non lo sai più ricordare, e allora ti sembra tutto nebuloso, con quel colore che ha il cielo senza sole alla mattina presto, che non sapresti dire che colore è, forse beige, ma mica puoi dire che il cielo è beige, dai, il cielo non può essere beige e invece, ecco il tempo quando è passato assume quel colore lì, quel colore che non sai dire, quello delle foto vecchie della nonna, con il bordo zigrinato e quelle facce intense e quei capelli e quei vestiti festivi e severi.
Io non so vivere bene il tempo che passa. Mi ricordo che quando ero bambina e viaggiavamo in autostrada, io ero contenta quando superavamo le altre macchine perché così saremmo arrivati per primi, e ci avremmo messo meno tempo degli altri, di quelli con le macchine che restavano indietro, ma poi ci fermavamo a fare benzina e tutto il tempo che avevamo mangiato agli altri veniva buttato via e mi ricordo che io in quel momento volevo piangere perché tutti ci superavano di nuovo e sarebbero arrivati prima di noi, ma mica puoi metterti a piangere perché ti superano in autostrada, vallo a spiegare "non so vivere bene il tempo che passa", se dici una frase così a otto anni c'è il caso che papà poi finisca fuori strada davvero, e allora niente, ascolti De Gregori nel mangiacassette e non ci pensi più ma quell'inquietudine lì non sono mai riuscita a cancellartela del tutto.
Io non so vivere bene il tempo che passa, e a lezione di pianoforte la mia maestra metteva il metronomo perchè diceva "sennò corri", che se sapevo bene un pezzo poi andava a finire che io ci correvo sopra con le dita, che avevo fretta di farglielo sentire tutto subito, come quando vuoi dimostrare a qualcuno che sai una canzone e la canti senza rispettare i tempi della base che ti canta sotto, perchè non vedi l'ora di arrivare a quel pezzo lì, quello che ti viene proprio bene, ecco io così, uguale, non riuscivo a trattenermi e a far andare le dita a un tempo ragionevole, e allora lei mi metteva il metronomo che è uno strumento un po' stronzo, perchè sta lì e ti scandisce le battute in quel modo definitivo, e tu sai che tu il metronomo lo senti finchè non vai a tempo, perchè se il suo tempo imposto ti calza a pennello sulle battute non lo percepisci più. Ma a me avere lì una cosa che nel suo moto oscillatorio - destra sinistra destra sinistra - mi segnala il tempo che passa, ecco a me questa cosa ha sempre messo addosso una certa ansia, che io al tempo che passava non ci volevo pensare.
Io non so vivere bene il tempo che passa e il risultato è che sono sempre stata vorace di risultati, di obiettivi da raggiungere, di cose da fare, sono uscita di casa ad un'età che adesso io li vedo quelli che hanno quell'età e mi sembrano ragazzini, e infatti forse ero ragazzina anch'io ma mi sentivo grande, adulta e pronta, salvo poi chiamare mamma "chè non so dove si paga la tassa dei rifiuti e tante altre cose, non so", e c'era quella casa da ristrutturare e poi quell'altra, e persone da chiamare da adulto a adulto e c'era da diventare grande e firme da mettere e impegni da assumersi, e ho fatto figli ad un'età che per Milano è un'età giovane, e infatti ero giovane e li volevo fare da giovane, perché volevo fare tutto subito di modo che poi sempre da giovane avrei avuto ancora vita, energia, voracità e obiettivi da raggiungere, e allora non ero certo una bambina ma io li vedo ora quelli che hanno quella stessa età di quando io ero in sala parto e mi sembrano tanto giovani, molto più di quanto non fossi io solo sei anni fa.
Io non so vivere bene il tempo che passa ma il tempo passa a prescindere dal fatto che io lo sappia vivere bene e allora devo respirare profondo e guardare di cosa l'ho riempito quel tempo che è passato e vedere i colori che gli ho versato addosso, e allora mi rendo conto che pur non sapendo vivere il tempo che passa, nel "mentre", nel "dunque", nelle cose che ho fatto l'ho riempito davvero bene.
E allora respiro. E vado avanti. A colorare nuovo tempo che passa e che io non so vivere bene.

6 febbraio 2012

La punta

Io sembro una persona aperta. Peggio. Sembro senza filtri. Parlo tanto, sempre, riempio i silenzi di chiunque con parole mie, a volte rido, a volte piango, spesso ironizzo, raramente glisso. Per cui sì, ci sta, si può anche arrivare a pensare di conoscermi bene. Perché rendo tutto apparentemente accessibile, ce l'hai davanti, è lì, sembra quasi che tu lo possa toccare, pregi e difetti, tutto a portata di mano, niente è escluso, come un quadro in cui si forma un'immagine gettandogli addosso colori a caso.
Il risultato di tutto questo è che ci sono tante persone che "io ti conosco bene". E se questa è una frase che adoro quando a dirla è qualcuno che mi conosce davvero, nella maggior parte dei casi è solo una forma di presunzione che mi lascia sempre sconcertata.
Non è emblematico il fatto che l'unico ad avere la certezza di non conoscermi del tutto sia Lui?
Non che pretenda di essere chissà quale grande mistero, non lo sono, ma oltre a dover considerare il fatto che neanche io mi conosco tanto bene, ho affinato tanti e tali meccanismi difensivi della mia personale armellina - per banale che sia - che pensare che siano le quattro(mila) parole che dico a mettermi a nudo è quantomeno frustrante.
Parlo tanto io, è vero.
E da un anno scrivo anche.
Ma come ho già detto quello che esce è solo quello che io decido di far uscire. E quando qualcuno si comporta come se fosse "in casa", quando io so benissimo che al massimo è sul pianerottolo e l'interno non ha neanche iniziato a intravederlo, ecco, scalpito.
Che cosa sai di me, avanti, spiegamelo. Dimmelo tu chi sono, potresti anche essermi utile.
Alzo un sopracciglio.
E sorrido. Ma è un sorriso amaro di chi pensa "la prossima volta meno, la prossima volta non, la prossima volta invece no", sapendo che poi fallirò ogni nuova intenzione.

Quando succede qualcosa che conta io taccio.
A lungo.
Finché non l'ho capita, metabolizzata, elaborata in qualche modo.
Quando parlo è perché ho finalmente capito che versione - esterna - voglio darne.
E quella versione non è più mia.

25 gennaio 2012

Lara è uscita dal gruppo (ma soprattutto ne è mai entrata?)

Sono sempre a margine di qualcosa.
Non "marginale" e neanche "ai margini" ma è come se avessi la sensazione di non essere mai "dentro".
Così, da sempre.
Quando studiavo pianoforte io ero comunque altrove. Sapevo che era importante, sapevo che ci stavo investendo, ma non ne ero dentro come poteva esserci un qualsiasi allievo del conservatorio. Era solo un aspetto della mia vita, importante, creativo, pulsante, vitale, ma comunque solo uno dei tanti. E io guardavo quelli del conservatorio che della musica avevano fatto il centro della loro esistenza con l'invidia di chi sa che non saprà mai prendere una posizione simile nei confronti di niente.
Ogni cosa che facevo, e le cose erano tante, diventava l'alibi per non investire tutto nelle altre. Tutte-reciprocamente-verso-tutte.
Bello avere tante opzioni, tanti piccoli talenti, ma forse sarebbe meglio averne uno e su quello puntare all'eccellenza. Io no. Discreta, mediocre, approssimativa in mille cose, tutte che mi riuscivano "benino", un genio in nulla. Incapace di sceglierne una e lavorarci davvero sopra per renderla unica.
Sembravo sempre in compagnia, toccavo mille ambienti diversi, apparentemente inserita in ognuno di essi, ma di fatto - e solo io lo sapevo - ero lì davanti, mai dentro. Come all'Ikea: vedi tutti quegli ambienti meravigliosi, e ci entri, e tocchi le cose, e ti ci accomodi pure, ma sempre con la sensazione di non esserne davvero parte, di essere un elemento in movimento rispetto a quella perfezione che continuerà ad esistere a prescindere da te.

Chiunque lavori su qualcosa di cui è appassionato ha la sensazione che tutto sia racchiuso in quel contesto. Vedo Lui con le sue moto, vedo i miei colleghi con la grafica, ricordo quando lavoravo in pubblicità, o negli eventi: in quelle dieci ore passate in ufficio mi sembrava che il mondo iniziasse e finisse con i problemi di shooting, sviluppo, telecinema, consegne, allestimenti, service tecnici e regia.
Poi andavo a casa, ma con la testa stavo sempre lì, a pensare ai dettagli trascurati, a quello che avevo lasciato indietro, a ciò che avrei dovuto fare l'indomani e questo mi dava la conferma di quello che già vivevo in ufficio: tutto girava intorno a quello. Che è un "quello" mobile e varia da persona a persona, da lavoro a lavoro.
Però.
Anche in quel caso, io ero a margine. Non perchè non mi impegnassi, anzi, ma è come se facendo un po' la sostenuta, non volessi farmi prendere dentro del tutto, come se lo sposare la causa in toto mi togliesse parte di me, della mia capacità critica, del mio sguardo trasversale.
L'impegno c'era sempre ma io tenevo una posizione esterna, sollevata, che non significa "superiore" sia chiaro, semplicemente facevo in modo che il contatto tra me e il resto non fosse totale. "Non mi avrete mai del tutto", pensavo, non senza una certa presuntuosa vanteria.
Poi ho avuto i bimbi. E quello sì che è un ruolo totalizzante, almeno nel rapporto esclusivo ed escludente che ho creato con loro. Ma poi mi confronto con la società del mondobimbo e mi rendo conto che anche in quel caso io non ne sono dentro, non del tutto. Mantengo il solito distacco, chiedendomi di continuo se loro ne pagheranno mai le conseguenze.
Faccio un lavoro che potrei fare dove faccio o in altri cento posti diversi, che non è il genere di lavoro a cui una possa "appassionarsi". Lo faccio in un contesto bello pieno di gente ancor più bella, che però fa tutt'altra cosa, e il risultato di questo è che io non sono completamente integrata. Perchè non faccio quel che fanno loro. Perchè non posso capire ciò che sta alla base del loro mestiere. Perchè quello che ovviamente per loro è la centralità dell'esistenza, io da sola lo vedo come un semplice aspetto della stessa.
Esattamente come Lui e le sue moto che quando ne parla sembra che tutto il mondo giri intorno alle due ruote.
"Chi è causa del suo mal pianga se stesso", chiaramente, il mio ruzzolare qua e là è stata a suo modo una scelta di campo.
Solo che ogni tanto mi sento un po' sola.
E sOla, certo.

Vorrei tanto essere "dentro". Ecco, questa cosa vorrei.

7 gennaio 2012

Bussole

Io vi ammiro voi che sapete sempre dove stare. E dove andare.
Vi invidio, che sapete sempre cosa dire, fare, baciare, lettera e testamento.
Ma come cazzo fate ad avere sempre una risposta certa per tutto, me lo dite?
Ma che è successo, ero assente quando distribuivano la verità da tenere sempre pronta in tasca?
Io faccio lo slalom tra domande, dubbi, tentativi, botte di fortuna e sgomitate varie.
Vorrei essere come voi, su quei vostri gradini altissimi di podio, tutti vestiti di sicurezza e con la medaglia d'oro in bella vista - "sempre in posa per una foto che nessuno sta scattando" (cit.) - a fare psicologia sulle vite di chiunque tranne la vostra.

E invece sto qui seduta, metto su della musica bella, sorrido, mangio cioccolata e aspetto che cambi il vento-un raggio di sole-un bacio.
Non necessariamente in quest'ordine.

3 gennaio 2012

Recrudescenze

Ci sono ruoli che poi si è talmente bravi ad interpretare che finiscono per restare attaccati addosso come magliette bagnate. Ci sono maschere che si portano, per facciata, per difesa, per dissimulazione, che aderiscono talmente bene ad un volto che non sai più se siano maschere o il volto stesso. Ci sono sensazioni che si cercano di nascondere o al contrario di enfatizzare, magari per nasconderne delle altre, e che finiscono per diventare protagoniste al punto che le altre - quelle vere - non riesci più a vederle.
Ci sono strade che si srotolano sotto i piedi che neanche te ne accorgi e ci sei già sopra, ma il più delle volte puoi sempre decidere se percorrerle o cercarne altre. O se stare ferma un po'.
Ci sono cose di cui vorresti continuare a parlare, a parlare e a parlare ancora per mantenerle vive e vere, perchè non riesci a stare a guardare, zitta, mentre ti sbiadiscono davanti. O mentre, semplicemente, cambiano.
Ci sono persone che hai sempre la sensazione che quando sei triste loro un po' ci godano e da queste persone bisogna prendere il largo. Anche se sono amiche. Soprattutto se sono amiche.
Ci sono canzoni che non si possono sentire perchè dentro ci sono giorni che non si possono ricordare.
Ci sono posti in cui si è stati anche se non ci si è mai stati. E posti in cui si è stati tante volte che non esistono più per noi.
Ci sono abitudini-persone-tempi che ti restano incollati dentro dei gesti che non sai più fare.
Ci sono lenti che non sono mai stati ballati.
Ci sono rapporti tra persone che prima erano sinfonie e ora sono partite a scacchi in cui uno esce inevitabilmente sbriciolato.
Ci sono quelle volte in cui non puoi che pentirti di essere stata così sinceramente vulnerabile. Per la precisione, tutte.
Ci sono colori "pastello" e io odio i colori pastello.
Ci sono momenti che vorresti urlare e poi crollare e invece finisce sempre allo stesso modo: taci.

E allora corri.








Sì, il mio epitaffio sarà: sindrome pre-mestruale.