21 maggio 2013

Allstar gialle

E c'è da andare no? Che non è che puoi stare lì tanto a guardarti i piedi, devi andare, come quando ti hanno messa su quell'aereo per l'Inghilterra che ci dovevi stare un mese e mezzo e tu per come sei fatta quel mese l'avresti passato all'aeroporto a guardarti le allstar gialle, bloccata dall'indecisione, dalle paure, dai se e i ma, che quanti diavolo sono i se e i ma che ti possono venire in mente mentre ti guardi le allstar gialle in aeroporto?, tantissimi, e invece no, qualcuno ti ha detto il numero del gate e sei andata, con quella tua carta d'imbarco, il tuo inglese stentato, i genitori preoccupati di lasciarti andare, e tu con lo zainetto pieno della sola smemoranda d'ordinanza hai preso non il coraggio ma te stessa a due mani e sei salita su quell'aereo e sei andata.
C'è da andare, c'è da fare, valigie-sogni-lavatrici-pensieri-retropensieri di quelli che nascono e non sai neanche da dove, perché intanto stai andando, stai camminando, e il tuo sguardo è catturato da tante altre cose e colori, e quindi quel retropensiero, quello lì che ti si era appena formato, neanche l'hai afferrato ed è andato via, che vuoi farci se c'è da andare c'è da andare, quindi vai, lascialo quel retropensiero, tornerà forse, o forse no, ne arriverà un altro e ti sfuggirà anch'esso, ma fa niente, perché intanto ti sarai mossa e già in quell'andare sarai diversa.
Quindi si va, si fanno cose, si guardano occhi, si respira vento-pensieri-profumi-nuvole, e ci si perde anche, ci si perde molto, che non sei più capace di fare un pensiero circolare, più che cerchi tu fai virgole, svolazzi, spirali, puntini di sospensione, ma mica tanti, perché mica ti puoi fermare e allora continui a muoverti, sperando che la strada ti si chiarisca mentre la fai, mentre vai, mentre fai, mentre sei, mentre dici, mentre soprattutto non dici, e quanto ti mancano quelle allstar gialle e la possibilità di starle a guardare, che in fondo allora andare era comunque una scelta cui volendo potevi opporti, e invece ora no, ora devi andare e vai, le allstar gialle un lontano ricordo, non hai neanche più una smemoranda da riempire, perché i giorni sono così pieni e densi, anche quando sono fatti di tempo vuoto, che non sapresti più scrivere una frase col pennarello profumato neanche se te la dettassero lentamente.
Non c'è tempo per stare lì a pensare, nessuno ti ha dato l'orario definitivo di questo tempo, e guai ad aspettarsi che tutto si incastri alla perfezione, non succede mai, c'è tutto del disordine intorno e dentro e quindi che vuoi farci, niente, puoi trovare un modo per non guardarlo, meglio ancora se trovi un modo per muovertici dentro, e allora capisci che il solo modo che hai per stare in mezzo a quel disordine è ballarci sopra, ballarci insieme, sperando che il ritmo che hai scelto calzi su tutto, altrimenti il disordine aumenta e tu col disordine aumentato non lo sai mica se sai ballarci, ma sai che ci proverai comunque perché questa volta non hai scelta.

Ti mancheranno sempre le allstar gialle da guardare.
Ti mancherà soprattutto la possibilità di fermarsi a farlo.

Ma ti muovi cammini, balli. E ti rendi conto che sai farlo anche scalza, anche senza fissarti la punta delle dita, che nel movimento c'è già dentro se non la destinazione almeno l'intenzione e la tua forza è quella, l'intenzione, lo spirito, il tono, lo sguardo che appoggi sulle cose, siano esse un cielo, due occhi, tre persone o quelle allstar gialle che non riesci più a ritrovare.

07 maggio 2013

È solo che

È solo che scrivere manca. Soprattutto quando scrivere è lo sport che ti riesce bene e ci possono essere i momenti di stanchezza, e no non ho più voglia, ora sto sul divano a guardare la tivù e basta, ma se è quella cosa che ti piace fare e che ti riesce bene ne sentirai il richiamo anche mentre stai sul divano a guardare la tivù.
E non è cambiato niente, valgono tutti i discorsi già fatti dello sguardo sulle cose, e il filtro, e l'impoverimento che ne deriva. Quello vale per quanto riguarda le "mie" cose, quelle che non sono scrivibili, condivisibili, quelle che vanno protette, come i colori che se li stendi al sole finisce che ti sbiadiscono sotto gli occhi.
Ma qui, sotto l'ultimo post di commiato, una persona mi ha scritto che "scrivere non significa scriversi". E io questo concetto l'ho afferrato. Che poi lo sappia mettere in pratica è un altro paio di maniche ma capirlo - capirlo bene - mi sembra già un buon inizio.
E poi ho ricevuto una lettera bellissima in cui mi si spiegava bene e in stampatello alcune cose molto preziose su di me, partendo dal presupposto di una conoscenza che è nata qui, tra queste righe e non di più, e io mi sono sentita una bambina al primo banco con gli occhioni sgranati e la penna in mano ad annuire e prendere appunti, ché quando mi spiegano le cose con calma io tendenzialmente le capisco sempre. Perché se da queste righe qualcuno è riuscito a capirmi così tanto, boh, allora forse vale la pena di rivalutare l'abbandono. O forse no. Non lo so.
La sensazione del ritornare è un po' come quella di un ennesimo fallimento, ché io in realtà volevo scrivere lontano da qui, ma quel destino grandioso che io mi aspetto per me non sembra voler arrivare, soprattutto se per raggiungerlo io non alzo un dito, e quindi no -  ve lo dico, prendete appunti - il destino non vi viene a prendere sul divano mentre guardate la tivù, bisogna provare-lavorare-faticare, altre cose che per farmele capire me le devono spiegare con calma.
Quindi sì, un po' mi sento come quando si fa il primo passo dopo un litigio in cui ci siamo giurate "te lo scordi proprio che mi muovo dalla mia posizione, io il primo passo non lo farò mai" e poi invece lo facciamo eccome, ma con quell'amaro in bocca lì, con quella sensazione di orgoglio ferito.
Se non fosse che io non ho litigato col mio blog e lui non mi ha chiesto "cos'hai?" e io risposto "niente" e lui non me l'ha più chiesto. Quindi forse non c'è motivo di impuntarsi così sull'orgoglio ferito e bla bla bla.

Io scrivo.
Non di me, ma di quel che vedo. Che poi è ovvio che ci sono dentro io lo stesso, sono i miei occhi quelli che guardano e le mie mani quelle che digitano, però non si parlerà del mio ombelico. Non sempre. Anzi mai. Almeno credo.
Insomma è tutto chiaro, no?
Bè, se è tutto chiaro per voi spiegatemelo, perché io non ho capito molto bene. Ma se le cose me le spiegate con calma io tendenzialmente le capisco sempre.
Scrivere è bello.
Torno a scrivere qui. Credo.

14 maggio 2012

It's the end of the world as I know it (and I feel fine)


Il blog finisce qui.
Vi spiego.

Il problema non è internet, figuriamoci.
Il problema è l'uso che se ne fa.

Questo, è evidente, non è un blog di attualità, questo da sempre è nato-cresciuto-diventato un blog personale. Ma il fatto è che la vita privata in rete è come un pesce fuori dall'acqua, almeno per come intendo io "vita privata" e come intendo io "rete". Ed è abbastanza ovvio che qui dentro non c'è tutta la mia vita, ma è altrettanto ovvio che è quella che quando si arriva qui ci si aspetta di trovare. E questo innesca un duplice meccanismo, in entrata e in uscita.
Scrivere di sè - visto che gira o rigira sempre del mio ombelico e mondi annessi si parla qui - fa sentire esposti in una vetrina di fronte alla quale chi passa non può esimersi dal dare un giudizio. Per quanto leggero. Per quanto parziale. E leggere un blog personale crea un interesse intorno a, che nella forma si colora di affetto ma nella sostanza è curiosità.
E allora scrivi e ti racconti che è affetto, lo mescoli all'autocompiacimento del leggersi e del rileggersi, e a lungo andare cominci a chiamarlo così tante volte “affetto” che finisci col crederci davvero, e col dare valore a cose che valore non ne hanno. L'avevo già scritto una volta qui.
Il meccanismo si auto-alimenta, laddove più tu vedi affetto più offri storie di te che lo generino, in un vortice che ti porta a declassare tutto a “storie disponibili” anche là dove alcune di quelle storie invece meriterebbero protezione e condivisione preziosa. Ché alla mia amica, per dire - non interessa se io del suo matrimonio scriva sul blog, a lei interessa che io sia lì a guardarla negli occhi mentre percorre la navata. E so bene che una cosa non esclude l'altra, certo che lo so (ci mancherebbe), ma è il mio sguardo sulle cose ad essere diverso.
E questa smarrita capacità di vedere quella differenza - quel valore - è forse la cosa più dannosa che si possa fare, perché quando la perdi la perdi, non la perdi solo qui, la perdi ovunque e ovunque, e invece bisogna ritornare a distinguere. Distinguere le cose, e viverle non nell'ottica di come ne scriverai poi, ma guardandole dritte negli occhi e basta.
L'appuntamento fisso con questo posto, invece, diventa la lente distorta attraverso la quale filtrare la mia vita, come se fosse sempre qualcosa da scrivere, come se le cose diventassero più vere nella misura in cui prendono forma qui, nero su bianco. Ma non è così. Le cose esistono a prescindere dallo scriverne o meno, e anzi, hanno tanti più colori rispetto a quelli che poi io riesca a restituire raccontandole, ma io le filtro, le passo attraverso il setaccio della scrittura e in questo modo, per quanto raccontate con passione, le svilisco nel loro senso più genuino dell'esistere al netto di esistere-qui.
E in questo modo le vedo meno.

Il problema non è internet, figuriamoci, il problema è l’uso che se ne fa.
La vita vera non è sublimabile.
O c’è o non c’è.
E c’è nella misura in cui la proteggi, non c’è se la setacci - impoverendola tu per prima.

La mia vita privata, i miei successi, i miei difetti-ricordi-speranze, le mie persone care, qui si possono solo leggere. Io invece ho un vantaggio, io non ne posso solo scrivere, le posso anche vivere.
Se voglio.
E io voglio.
Voglio essere quella capace di andare a sentire il profumo che ha la pelle di un neonato, o l'abbraccio stretto di un'amica in difficoltà, o di commuovermi per quello che si sposa, arrabbiarmi davvero con tanto di nervi tesi e mani strette in pugni per un'ingiustizia, emozioni vere e forti che non saprei rendere davvero fino in fondo in parole e forse non ha neanche senso farlo. Non qui. Non così.
Voglio vivere le mie storie e per viverle devo proteggerle e per proteggerle devo valorizzarle e per valorizzarle devo circoscriverle e per circoscriverle devo riconoscerle e per riconoscerle devo guardarle negli occhi.

È stata una palestra preziosa questo blog, mi ha aiutato a capire tante cose, è stato terapia-contenitore-sfogo-tela bianca-confronto ed è stato un privilegio condividere i miei pensieri con voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui.
Sto mettendo lo scotch sullo scatolone, il punto alla fine di una frase, ma non cancello niente, resterà tutto qui, per me quando mi vorrò rileggere, per chiunque ci vorrà tornare. Non è un addio, è un arrivederci. Forse qui, forse altrove, non lo so. Sto dicendo "arimo", come quando da piccoli volevamo chiamarci fuori dai giochi per un po'. Per poi tornare. O cambiare gioco.

Voglio solo evitare di finire a colorare tutto con un unico colore e di diventare daltonica per incapacità di distinguere il rosso di un cuore dal grigio di un soprabito.

Allora cominciamo a separare.
I soprabito tutti a sinistra, qui dove ci sono briciole di me a 140 caratteri alla volta.
Tracce di una me che scorrono come scorre la timeline e che passano per lasciare il posto ad altre.

I cuori rossi invece tutti qui.

No, certo che non c’è link.
Allora non avete capito niente.