18 gennaio 2012

Quel giorno in cui mi giocavo tutto

Quel giorno in cui mi giocavo tutto. O così mi sembrava. C'era quell'esame da passare al quale avevo illusoriamente legato tutto il mio futuro. Professionale. Personale. Sentimentale.
Avevo vent'anni, e mi sembrava che la mia vita si dovesse decidere in quel momento. Con la violenza delle passioni di quegli anni, in cui era sempre chiaro cosa fosse dentro e cosa fuori, cosa giusto e cosa sbagliato, senza la più pallida idea dell'esistenza delle sfumature, delle alternative, dell'incognita, mi dirigevo spedita verso un futuro che, col senno di poi - mio migliore amico - posso dire grazieadio, non è diventato il mio futuro.
Ma in quel momento non contava nient'altro.
Avevo un piano perfetto, come solo una ventenne sognatrice sa avere, e tutto doveva andare bene, e tutto sarebbe combaciato alla perfezione, tutto il mio futuro si sarebbe dispiegato davanti a me con la naturalezza con cui cadono le tessere del domino. Non avevo neanche lontanamente preso in considerazione che le cose potessero andare diversamente. Avevo quella presuntuosa spocchietta di chi è cresciuta a pacche sulle spalle e tutti giù a dirmi "come sei brava". Il fallimento non era una cosa che faceva parte delle mie esperienze, o quantomeno tutte le volte riuscivo a ridimensionare il mio modo di vedere affinché qualsiasi delusione, perdita, sconfitta potesse essere rigirata a mio favore, come qualcosa di inevitabile per rendermi la meravigliosa persona che credevo di essere. Crescere nella stima è fondamentale ma dovrebbe andare a braccetto con l'insegnamento dell'autocritica. Soprattutto per una che, caratterialmente, dimostrava già di sapersi sempre perdonare tutto con una certa facilità.

E niente. Quel giorno in cui mi giocavo tutto sono andata a fare quell'esame. Mi ricordo la cartella di cuoio in cui tenevo tutti i miei appunti, il freddo, la Milano che ancora non conoscevo e che mi aspettava in tutto il suo nebbioso, splendido, umido grigiore. Treno, poi metropolitana, poi a camminare a testa alta verso il mio destino convinta che si trattasse di una semplice formalità e che la bocciatura sarebbe toccata ad altri, non certo a me.
E invece.
Sento ancora quel tonfo muto, quel battito a salve che ha fatto il mio cuore all'uscita dei quadri. "NON AMMESSA", due paroline semplici in rosso che non mi davano accesso non solo alla fase successiva dell'esame ma a tutto il sognante quadretto di vita felice che mi ero figurata.
Con la moderazione che mi contraddistingue, di cui ora riesco a riprodurre solo una pallida versione, pensavo che la mia vita fosse semplicemente finita. Ero totalmente impreparata a qualsiasi alternativa, non sapevo scegliere nient'altro, non sapevo decidere cosa fare di me.
E in fondo, un po', mi capisco: per una volta nella vita sapevo cosa volevo, invece di fare lo slalom tra le certezze dei miei "non voglio", e in quell'unica volta le cose non sono andate come speravo.
Scrivevo anche allora (in uno stile più anarchico-melò-depressivo di adesso).
Su fogli bianchi disordinati come me, come i miei sentimenti, come quella vita a cui non sapevo più dare una forma. Passavo le mie giornate, apatica, senza pensare a nulla, tra il letto e il frigorifero con la musica alta in cuffia; il mio amore che mi trattava come un oggettino di cristallo blu, senza sapere più come maneggiarmi e, probabilmente, cosa farsene di quell'involucro vuoto e senza entusiasmo che ero diventata.
Di riprovarci non se ne parlava neanche: la ristrutturazione del fallimento aveva fatto sì che io dipingessi come inadatta a me quella strada che non avevo potuto prendere, senza tuttavia essere in grado di sceglierne nessun'altra.
E lì i miei genitori hanno fatto una cosa immensa, che ovviamente avrei recriminato loro per i due anni successivi: mi hanno messo su una strada, decidendo per me, sulla base di quello che sapevano essere le mie inclinazioni. E ci hanno preso. Avevano scelto per me, prendendomi di punta, rischiando che io li odiassi per quello e diventando il capro espiatorio per qualsiasi difficoltà futura - non importava: tutto andava meglio della mia immobilità. Ci sono gesti che solo i genitori sanno fare.
Ho detestato molte cose di quella strada, molti momenti di solitudine, alcuni esami, alcune cose di cui non importava niente. Ma dopo, col senno di poi - mio migliore amico, ho capito che era qualcosa che mi piaceva. E molto. Non che servisse a darmi un'idea di chi fossi, ma mi piaceva.

È cambiato tutto da quel giorno in cui mi giocavo tutto. Ho cambiato amori, amici, città, abitudini, ho iniziato a lavorare e a ruzzolare qui e là, cercando di volta in volta di fare delle scelte giuste, con la consapevolezza che nessuna sarebbe stata davvero definitiva. E che il fallimento faceva parte delle opzioni del provarci.
Questo era il mio limite e la mia forza insieme.
Perché schiantarsi faceva male ma non potevo certo fermarmi per qualche livido.

Ogni tanto, in stile sliding doors, vorrei sapere come sarebbe andata a finire se. Me lo chiedo di tante cose, e quel giorno in cui mi giocavo tutto è solo la prima fra tutte.
Poi guardo la vita che ho e col senno di poi vorrei solo aver fatto meno casino e aver detto più "grazie" nelle direzioni giuste.
Ma si sa, sono fatta così.

7 commenti:

  1. Bel post, Lara. Sentito, profondo, vitale.

    RispondiElimina
  2. Lara scrivi proprio benissimo

    RispondiElimina
  3. ho la sensazione cara Lara che forse le scelte drastiche sono quelle che poi nella vita ti riservano più sorprese e soddisfazioni anche se non sono volute da te direttamente..allo stato attuale delle cose mi piacerebbe poter pensare che dinanzi ad ogni mio fallimento ci sia una redenzione, ma fatico davvero..
    ammiro molto la tua determinazione..
    Buona vita, ti meriti il meglio!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A volte non si tratta di determinazione. All'apparenza potrebbe sembrare, ma in realtà ho forse solo trovato il modo di "raccontarmela". Grazie mille, comunque!

      Elimina
  4. leggendo questo post mi è sembrato di vedermi ora. Ho 23 anni e sto vivendo quella fase del frigo-letto-letto frigo-smarrimento. E mi hai aperto un po' di più gli occhi. Grazie. Ti seguo silenziosa qui e su twitter e leggerti fa sempre bene!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. la fase frigo-letto-frigo-barattolinosammontana fa parte della metabolizzazione. qualunque cosa fosse, è stato solo un attimo. sempre avanti, testa alta, spalle dritte, e coraggio. "Sbagliando si impara" è il leit motiv della mia vita.

      Elimina